Parigi


Partenza da Fiumicino in tenuta semi estiva, un fine Ottobre 1999.  Mi rifiutavo di mettere nella valigia anche i cappotti. Mi sembrava assai improbabile,quello che asseriva mio marito, che la temperatura a Parigi fosse tanto diversa dalle bellissime ottobrate romane.  All’aeroporto Charles de Gaulle, mentre aspettavamo in fila il taxi che doveva portarci a destinazione in rue vattelappesca, tirai fuori i cappotti. Silvio aveva ragione! Parigi è molto più a Nord di Roma.  L’indomani, vispi euforici e riposati, partimmo diretti per il Louvre: dove se no?   Il sole lungo la Senna non era quello di ogni altra città: lì trionfava e dava udienza alla plebe, avvolgeva ogni cosa in un oro impalpabile: i Boulevard, i tetti e le foglie autunnali degli alberi. Capii che quella era “l’atmosfera di Parigi”, quella per la quale sono stati versati fiumi d’inchiostro, a conferma che soltanto lì ti puoi scindere come un atomo e scioglierti come un ghiacciolo al sole, solo lì succede questo: nella città dell’Amore!    Dopo aver perlustrato tutto quello che umanamente era possibile perlustrare, per non cadere al suolo per mancanza di zuccheri, uscimmo dal Louvre.   All’uscita avrei voluto commettere qualcosa di gravissimo per farmi arrestare all’istante e concordare un bell’ergastolo da scontarsi nel luogo da dove ero appena uscita.   Come potrò ancora vivere senza le succulente chicche del mio Louvre?   Come potrò ancora vivere da comune mortale, dopo una simile ubriacatura d’Arte suprema?   È vero, il tempo è il miglior medico; sono sopravvissuta!   La seconda meta fu la Torre del signor Eiffel. Altrimenti che ci vai a fare a Parigi?    E qui il discorso si fa più serio; va bene l’aereo ma salire a quell’altezza, per me che credevo di soffrire di vertigini, era un’impresa improbabile.   Evidentemente le vertigini mi venivano soltanto quando dovevo salire su una sedia o sulla scala per pulire i vetri o il lampadario.   Fui io ad insistere per toccare tutti i trecentoventiquattro metri di altezza: non mi bastò il secondo livello, da dove la vista di Parigi ti toglie il fiato. Poteva prendermi anche lì un bell’infarto e sistemarmi fra l’ideatore della torre Eiffel e Thomas Edison, anch’io in cera, naturalmente.  L’infarto non ci fu, mentre è certo che se la giornata è ventosa la cima ondeggia paurosamente, ve lo posso assicurare!   E vi posso assicurare anche che essere sparati con un ascensore da centocinquanta metri a trecento e passa, ti fa sentire uno di quei patrioti autentici, uno di quei rivoluzionari genuini, per i quali la torre fu costruita a commemorazione.   Notre Dame  merita tanto di cappello, perché fu proprio il ‘cappello’ la causa di tutto il trambusto.  Mio marito con i ragazzi al seguito, io con un’amica che aveva una mostra di porcellane qui a Parigi, varcammo la mitica soglia. Io e l’amica Tiziana ammiravamo gli splendidi rosoni che filtravano a colori l’atmosfera esterna, Tiziana si era diretta verso l’abside, io fotografavo insieme a Silvio la superba statua di Giovanna d’Arco. Prima bruciata come eretica, poi beatificata nel 1909 e canonizzata nel Maggio 1920. Ai suoi piedi c’erano i lumini per i fedeli, dietro un cartellino che recitava: “minimo tremila lire”!    Un presunto chierico si avvicinò a Silvio chiedendogli di togliersi il cappello, data la santità del luogo.  Qui sta il “tanto di cappello” di Notre Dame.  Silvio rispose:” la chiesa è la casa di Dio, quindi la casa di tutti e per questo io a casa mia non mi tolgo il cappello”. (I miei adorati cappelletti all’uncinetto!).  Il tapino non sapeva che pesci pigliare e si mise a correre verso il fondo della chiesa. Stavamo uscendo, quando il tapino e un prelato di quelli con i bottoni rossi, che, a occhio e croce, doveva essere di grado molto superiore, correvano verso di noi. Jahvè, il nostro adorabile bimbetto di cinque anni, si era allontanato da sua sorella Flavy e scorrazzava in giro, come se quel luogo fosse casa sua. al che suo padre lo chiamò:”Jahvè”!   I due inseguitori si bloccarono, si guardarono negli occhi, ed io capii che adesso erano in due a non sapere che pesci pigliare, si voltarono verso la chiesa e di corsa scomparvero all’interno. Vi posso dire che Notre Dame è come tutte le chiese, sarà anche gotica ma è tetra e pomposa. Niente di nuovo!

 Al contrario c’è tutta l’atmosfera del “Gobbo di Notre Dame” e della sua Esmeralda, se riesci a tener dietro, nonostante l’avviso per i cardiopatici, a tutti i giapponesi che ti precedono e ti seguono a tambur battente, inerpicandosi nella scala a chiocciola di ben quattrocentoventidue gradini che porta alle campane ed alle splendide Chimere che si affacciano sulla Senna.   Puoi sentire, emersa dal passato, l’intera “Corte dei miracoli”.   Il Museo d’Orsay, celebre per i capolavori dell’impressionismo, dove lo lasciavamo?  Come trascurare i miei artisti più adorati?  Quelli che, togliendomi gli occhiali, riuscivo a fonderne le sfumature dei colori, e potevo immaginarli alla ricerca eterna, come me, degli occhiali perduti.  Improvvisamente scoprii un inedito Toulouse Lautrec disegnatore.   Le sue figure su carta, come quella della carta da pane, erano potenti e superbe più dei suoi dipinti: qualche colpo di biacca coglieva esattamente il punto luce. Nella grande dimensione coglievo la fermezza della mano dalla lunghezza dei segni.  Che scoperta!   Il “Mercato delle pulci” non era più lo stesso, a detta di Silvio che aveva vissuto a Parigi tanti anni prima.  A me piacque per quell’aria ‘caciarona’ che c’è in tutti i mercati, anche se a Parigi è più delicata, come l’atmosfera.  Dopo nove giorni, tante camminate e la severa ammonizione di un’insegnante che sul Metro ci sconsigliava vivamente di portare i ragazzi a Dysneiland, perché lì, all’entrata usavano raggi sul corpo per una schedatura biologica che avrebbe potuto danneggiare gli organi sessuali.   Cominciai a cavarmela un pó con il francese. La maggioranza dei ragazzi francesi erano brutti, anonimi e con una brutta pelle, però se ne trovi uno bello è bello+bello.   Di ritorno da Notre Dame, con  Flavy, non ritrovavamo la strada giusta.  Davanti a noi apparve un Alain Delon con tanto di impermeabile che svolazzava insieme al capello da superfico:

 “Escuse moi!” Ardii: “Rue de Saint Peres?”

 “Nun sò dé qua!”.

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5 thoughts on “Parigi

  1. ..subito ti viene qualche aggettivo ..brava , simpatica ..ma con qualcosa di …messianico? qualcosa che non puoi giudicare ..al disopra o (forse) al difuori si tutti ? ..e sempre ti rimane un sorriso ..

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