Ottanta chili di infelicità


ottanta chili di infelicitàLe rose gialle oscillanti sullo stelo, l’erba verde e sinuosa del prato, persino quelle ridicole piante grasse che si ritraggono furtive al chiarore della luna per fiorire nel buio, mi fanno pensare, per una strana analogia, alle parole ” snella, magra”. “Chissà se ci sono rose grasse e rose magre”, penso guardando quell’intrico verde che mio padre si ostina a chiamare “il mio giardino”.                     “Cosa faccio stasera…mangio o non mangio?, chiedo a quella piccola parte di me che si ostina ancora a lottare contro la mia obesità dilagante: questo mare di grasso che affoga i miei recondidi desideri,la mia femminilità, l’immane voglia di essere bella e desiderabile. ” non ti piace il brodo di pollo?”, mi sembra già di sentire la voce di Sara, la seconda moglie di mio padre. ” Se non ti va c’è la torta di mele…ma…cos’hai stasera? Ti fa male la gamba? Te lo dico sempre di non stancarti…” La sua voce, rievocata dalla mia fantasia, si perde nel buio e dietro le palpebre si staglia prepotente la sua figura. ” Snella”, penso mentre la vedo ad occhi chiusi con quegli assurdi pantaloni neri cuciti addosso che le danno un’aria di giovane animale, un’aria famelica , come di chi addenta uno strafelice boccone di vita ad ogni morso.       Sara, la seconda moglie di mio padre che vuole, anche lei, ad ogni costo, imbottirmi di vitamine come se da queste dipendesse tutto il mio futuro. Sara che mi corre incontro tenendo in alto come una bandiera le mie ultime lastre. ” Quarda quì! Vedi? L’osso si è stabilizzato ! Ma che hai?”. Sara, l’uragano Sara intorno a cui ruotiamo attratti dalla sua irresistibile forza di gravità mio padre ed io. ” Perchè doveva succedere proprio alla nostra piccola ?” Le parole di mia madre dette a bassa voce rabbiosamente furono spazzate via dalla voce rauca di mio padre. ” E’ inutile tormentarsi. E poi …è un difetto da poco…ci devi proprio far caso.” “Dio mio! Perchè proprio a lei?” continuava a ripetere mia madre, esaurendo in quelle poche parole, tutta l’energia rimastale .                                                                                            Il giorno nuovo, con il sole nuovo, mi portava l’inaspettata gioia di mille scoperte: un fragile ramo che si spezzava con lo scricchiolio di vetro infranto, uno spaventapasseri che invariabilmente scambiavo per un uomo, il gelato alla fragola che facevo cadere sul vestito nuovo per vedere se il colore della macchia era uguale a quella del gelato. Poi, nella mia mente, senza preavviso…”Dio mio! Perchè proprio a lei?” Allora cominciavo a dipanare quelle frasi fino alle estreme conseguenze: cosa succederà? Morirò? Eppure mi sembrava di avere solo una gamba un pò più corta dell’altra che, con la suola rinforzata, non si notava…La gamba più corta era sempre stata una normale parte di me, un normalissimo modo di essere: potevo camminare senza impedimento, correre e giocare. Ma quelle parole risvegliarono in me una cruda, determinata voglia di sapere cosa si nascondesse dietro ” perchè proprio a lei? Cominciai a diventare torva ed irascibile, a fare domande, a guardare la mia gamba con e senza scarpe.”  Sì! Il polpaccio, in effetti, era un pò più magro, ma bisogna proprio notarlo…”, mi dicevo dopo lunghe, attente oservazioni davanti allo specchio. E’ buffo che, solo dopo molti anni, intuii con chiarezza che fu proprio la mia irascibilità, quel mio essere tesa come un arco incoccato a far si che Diego si innamorasse di me. Aveva solo qualche anno in più eppure, anche quando scherzava non si lasciava andare alla piena del riso: tutto in lui era calma, distinto e sotto controllo. Quando divagavo sulla sua persona, l’unica classificazionera era: maturo. Iniziai ad invitarlo a cena o ad un pranzo in casa mia e mi accorsi che mia madre era insolitamente gaia e mio padre con uno humor che non gli conoscevo…dietro la patina attraente di Diego, ai primi passi presso lo studio di un avvocato, vedevano già il loro futuro , perfetto genero. “…il mio piccolo setter triste”. mi chiamava nei momenti di tenerezza. ” Non sono triste”, riuscivo a rispondere ricacciando la furiosa voglia di confidarmi finalmente con qualcuno, di esternare quella marea di sentimenti che mi afferravano a tradimento alla gola fino a soffocarmi. ” Sì che sei triste. Sembri un’ostrica che cova la perla…” Non sono un’ostrica. Non sono niente di niente . La mia gamba è normale. Tutto è normale”,  mi dicevo odiando per un attimo Diego per quel suo volermi proteggere ad ogni costo, per quel suo volermi presentare le cose nel migliore dei modi, senza ferirmi…” Sembri proprio un cucciolo denutrito”, continuava lui, spostando i capelli dalla mia fronte. “”Tenerezza”, pensavo. ” E’ solo tenerezza, per lui sono solo un cucciolo da proteggere, da lisciargli il pelo quando si arruffa”. “Non riesco ad immaginare a cosa stai pensando…sei così imprevedibile. Con te, non so cosa sia la noia.”                                                                                                ” Imprevedibile”, mi ripetevo la sera, nella mia stanza mentre una ridarella nervosa scuoteva nel mio cuore lunghe ondate di rabbia impotente. ” Non sono una donna da amare con passione, con un pò di trasporto …solo tenerezza. Cosa ho che non va? “. Mi sentivo sempre più molle quasi fossi malata di malinconia, la mia mente sprofondava sempre più nel torpore delle abitudini : la protezione e la tenerezza di Diego, i timidi incoraggiamenti dei miei genitori. Ma la sera, la cupa corrente delle ore passate ad analizzarmi, mi portava invariabilmente su un’unica strada maestra, con un solo cartello indicatore : INFELICE.      Tra parole dette sempre più a bassa voce, per non urtare la mia suscettibilità, lasciai Diego: non lo amavo, non lo avevo mai amato. ” Cara, ne vuoi ancora?” diceva mia madre porgendomi la seconda porzione di dolce, intimamente soddisfatta della mia inattesa voracità. Sulla sua fronte, tra le rughe che formavano un pentagramma, potevo leggere: ” non soffre. Se mangia…non soffre per Diego.” Un giorno morì con lo stesso sorriso sulle labbra, contenta di vedermi florida: per lei era un sintomo inequivocabile di serenità. Trascorsero tre anni senza sconvolgimenti, senza orbite fuori posto, solo lo sguardo di mio padre che, qualche volta si posava interrogativo sulla mia mole: ” perchè, perchè ti lasci andare?” Ero assorta nella lettura ( come facevo ormai ogni giorno, senza prendere però un decisione seria) di una tabella delle calorie. Carboidrati, vitamina A e B turbinarono nella mia mente quando sentii la voce di mio padre, una voce che non sentivo da tanto tempo e che mi faceva quasi paura per quella buffa inflessione che preludeva a qualcosa di molto importante. ” Elen?” ( Perchè quella sdolcinatura? Il mio nome è Elena. ” Sì?” risposi con calma.
” Devo dirti una cosa molto importante” mio padre tormentava la grossa testa di Simba, il suo cane.                    
“Lo so”                                                                                                                          ” Ho conosciuto una donna. Beh! Ecco…voglio sposarla!” ” Com’è? ” domandai.                                                                                                                        Non si aspettava affatto la mia reazione, lo sentivo a disagio. Tra lo sciame di parole, di frasi smozzicate. di pensieri iniziati e inespressi capii solo che Sara ( così si chiamava) era una donna piena di tatto, di sensibilità e che mi sarebbe certamente piaciuta. ” Lo faccio anche per te Elen…” concluse. ” lo faccio anche per te” : era inutile lottare con quell’avversario che mi assaliva a tradimento e derideva la mia sete di libertà. ” Perchè non lo fai solo per te? Che c’entro io? Non ho bisogno di nessuno” pensavo e piangevo guardando quel ridicolo fenomeno che mi rimandava lo specchio, quegli ottanta chili che si reggevano a disagio su una gamba grassa ed una gamba magra facendomi assomigliare ad un grottesco trampoliere.                                                                                                              Sara entrò nella nostra vita comr un vento salubre che spazza il vecchiume e lo stantio. Come era diversa da mia madre! Lei non era malaticia ed un  pò curva, nè aveva negli occhi quell’eterna domanda: “perchè proprio a lei?”
Sara aveva ogni potere persino quello di farsi correre dietro un’inedito Simba uggiolante di piacere, con la coda in moto perpetuo e la lingua in fuori che colava saliva. Come aveva potuto addomesticare l’inavvicinabile, ringhioso Simba? Come poteva corrermi incontro con quelle sue lunghe, perfette gambe abbronzate, con quella sua snellezza disgustosa?    “Ti vedo bene stamattina! Hai le guance rosse e gli occhi scintillanti! Hai fatto gli esercizi?” si informava porgendomi la borsa piena di frutta fresca. Ma non vedeva che la mia era solo rabbia?                                                                                                                          ” Non ti va il brodo di pollo?” dice Sara guardando il mio piatto. ” No. E non ho voglia neanche della torta di mele” dico irritata. ” Ma…cara, perchè quel tono?” Non sei mica obbligata a mangiare se non ne hai voglia…” ” Credevo di sì! Altrimenti come potrei essere felice senza vitamine?” la sfido. Gli occhi verdi di Sara mi guardano, per la prima volta, con vero interesse come se stessero valutando un fossile raro dalla classificazione ancora incerta. Mio padre continua a fumare la sua pipa con un vago sorriso di soddisfazione…che aspettasse solo questa mia rivolta? ” Non ho voglia di niente! ” continuo ” Sono stufa di sentirmi dire cose idiote! Ti va quello? Non ti piace quest’altro? Sono una stupida? ” Ma Elena…io credevo che tu fossi felice!” dice la voce di Sara,colpita al cuore. ” Cosa ti fa pensare che una ragazza di ottanta chili possa essere felice? Anche tu pensi che l’appetito sia sintomo di felicità? Vedo gli altri uscire…andare al mare…potrei fare l’imitazione della balena, concludo dura ma è solo perchè sto cercando di trattenere le lacrime dal rotolamento naturale.” Credevo non volessi parlare di queste cose…eri sempre sulla difensiva. Non immaginavo.. sai che facciamo? Domani prendiamo un bell’appuntamento alla clinica Toccasana  e vedrai che dopo la visita, il metabolismo basale ed una dieta su misura…tornerai ad essere un grissino!” Avverto il leggero tremolio nella voce. La guardo e vista così da vicino sotto la cruda luce della lampada noto la piccola raggiera di rughe intorno agli occhi, il fondotinta che cerca di nascondere l’acne. E’ strano che noti tutto soltanto stasera. Adesso Sara non mi sembra più un giovane animale, nè una nemica e vorrei che si aprisse un piccolo spiraglio nel mio orgoglio per farglielo capire, vorrei bucare questo diaframma di solitudine: Senza parlare…così, a bassa voce…in silenzio. “Domani andiamo per l’appuntamento…se vuoi”. ” Sì!” dice il mio cuore e non posso fare  a meno di dirlo ad alta voce, di farlo rimbalzare in ogni mia fibra…un grido di vittoria!

Racconto di Adelma Tittoni pubblicato il 5 Marzo del 1974

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