Ingegneri dei giochi


Le sere d’estate erano perfette per giocare a nascondino: facendo finta di contare correttamente con le dita a ventaglio sugli occhi aperti  che , per regola, dovevano essere chiusi , a metà filastrocca di numeri che sciorinavamo velocemente, eravamo  appostati per scovare il primo dei tonti, lo sapevamo già chi era il predestinato, eccome non saperlo in quella sequela felice di accadimenti che ci regalava LA STRADA!?

Casa, scuola di vita, catechismo, parentele, mamme , nonne, zie, amori, sogni..tutto passava per la strada. Senza porte, portoni usci sprangati, era tutto là alla luce del caldo sole di giugno, quando iniziavano le vacanze scolastiche. La casa più sgangherata era la nostra casa preferita: raggiungibile direttamente dalla strada, naturalmente i signori risiedevano ai piani alti,  la casa dove abitavano monelli che per noi erano degli autentici Dei: intoccabili  perché incredibilmente  furbi e destri che potevano di tutto nei giochi inventati e da ingegneri del gioco… ai nostri occhi innocenti quei bambini del sud, erano di un’innocenza più scaltra, da imitare e surclassare.  Nessuno di noi osava sfidarli, ancora legati all’educazione, al corso di catechismo. Ci invitavano  nelle due stanze intatte attaccate a quelle sbriciolate dai bombardamenti dell’ultima guerra, ci offrivano fusaie e la casa , per loro, era la Reggia di Caserta! Era veramente sgarruppata la loro casa …una madre pingue e bonacciona ci sorrideva sempre, vedendoci entrare,  con la sua faccia di luna buona…come una terra fertile concimata da un super calore materno che si spandeva nell’anima e ti sentivi avvolto in quegli occhi come in un mare caldo ed ospitale..Aveva sette figli … si chiamava  Assunta Cavallaro di Reggio Caserta, o dintorni, la frazione che lei diceva era un nome irricordabile per un bambino,:così rimase, per noi , “Sunta di Caserta”.

Il marito l’aveva abbandonata per una scema dell’epoca, lo avevo visto vendere cocomeri a fette, dieci lire a fetta, in piazza Mazzini, vicino alla fontana di Velletri. Quel lavoro, allora, lo facevano i disperati o quelli che uscivano di galera . La sua faccia non mi fece una buona impressione, mentre lo spiavo con curiosità da dietro la siepe del monumento ai Caduti: il suo naso grande e rosso, il corpo ossuto, mi sembrava già un trapassato , mi chiedevo come avesse potuto abbandonare Sunta e tutti i figli con i loro sogni ancora infantili come non sanno fare gli uccelli…  prima gli insegnano a volare.

Mia madre non voleva che li frequentassi, non perché fossero del sud, la cosa non la sfiorava, ma per il fatto  che erano sporchi, non dello sporco di un bambino un po’ trasandato ma di uno sporco che mi attaccò i primi pidocchi. Anche se continuo a sentir dire che i pidocchi li puoi trovare sulle teste più pulite, forse mia madre la sapeva più lunga…

“ Te lo avevo detto!” diceva lei esplorando la mia testa e quando prendeva un grosso pidocchio mi allentava uno scappellotto che non faceva male. “ Ecco! Questo è un altro!”. Giù un altro scappellotto perché mi rimanesse bene impresso nella mente , per gli anni a venire, di seguire i suoi moniti. La cosa finì con la mia testa rasata, i miei fratelli che dovevano stare alla larga, lenzuola bollite, petrolio ed aceto in abbondanza.

 Quella mia superficialità giovanile fu un ricordo indelebile di come una madre ti possa indirizzare nella vita con pugno di ferro in guanti di velluto.

Naturalmente continuai a frequentare i ragazzini del sud, tenendomi però a distanza di sicurezza, non volevo proprio fare la figura della vigliacca…ma non volevo nuovi pidocchi!

Sparirono da una settimana all’altra senza traccia, volatilizzati…seppi in seguito che erano tornati  a Caserta, io ne rimasi  dispiaciuta, mia madre tirò un sospiro di sollievo

. Da allora, senza loro, divenni la leader del gruppo di sant’Arcangelo, in diretta competizione con i ragazzini del Montone: così detto per un innalzamento a collina di un terreno circondato da case. Ho poi rivisto quel luogo e le mie nuove proporzioni si chiedevano perché mai quel nome altisonante per quello che era soltanto un montarozzo.

 Beata prima giovinezza, prezioso scrigno di arditezze, quando tutto il nostro piccolo universo intorno parlava di sentimenti sicuri, come le false sberle di mia madre.

Non immaginavamo neanche il senso della morte.

Vidi una vecchia con un fazzoletto bianco stretto da sotto al collo fino al un fiocco sulla testa per chiuderle le mascelle, così mi dissero: era la nonna di un amichetto che stava stesa , tutta vestita di nero su un lenzuolo bianchissimo, ai quattro lati ardevano dei ceri più alti di me. Tra le mani le avevano messo un rosario ed io non capivo bene  a cosa potesse servirle, non avevo capito bene, anche se fosse morta per davvero: a parte qualche animale, che “doveva” morire per procurarci il cibo, non avevo mai visto un morto-umano , mi avvicinai per toccarla e sentii che il suo corpo aveva la consistenza del marmo, le mani avevano il colore dei ceri,.

Tanta gente che piangeva, che parlava sottovoce , quei ceri assurdi, la gente contrita: era tutto sospeso in una atmosfera irreale di angosciosa tragicità. Il mio amichetto tirava su con il naso mentre con la mano impiastricciava la faccia di lacrime: lui doveva saperne più di me sulla morte, sua nonna era morta e lui sapeva che non l’avrebbe più rivista..

“ Ne sei certo? Gli chiesi. Mi guardò con uno sguardo che sfiorava l’odio.

Eppure ero certa che quella “cosa” sul lenzuolo bianchissimo non poteva essere sua nonna, mi sembrava di essere in un altro mondo più complesso ed orroroso.

 Perché  mostrare a quel modo:, quella rigidità eccessiva così totalmente diversa dai nostri giochi, dalla nostra affettività serena che niente aveva a che fare con quella grave nonna mummificata, quasi volgare, con quel ridicolo fiocco bianco sulla testa, che ci stava davanti.? Mi sembrava uno scherzo di carnevale e lei, di sicuro, sarebbe saltata su con un oplà! Vi siete divertiti? Adesso torniamo a noi!..

Perché mostrare a suo nipote quel rigido corpo senza vita…che senso aveva immettere in un bimbo, un esito così diverso dalla vita, proprio nel momento in cui stava prendendo la forza ed il coraggio per affrontarla? Mi sembrò un grande sgarbo anche nei miei riguardi.

Non volli più saperne di persone morte, ero affondata in un incubo per poche manciate di minuti. La parte razionale di me mi parlava di completa ignoranza circa la morte e quello che avevo visto doveva essere una usanza poco praticata da esseri completamente incivili dato che, sapevo di per certo, che gli indiani d’America costruivano, per i loro morti, un letto sorretto da pali che fosse il più possibile vicino al cielo, vi adagiavano il defunto vestito dei suoi piumaggi , tornavano nel villaggio e lì ballavano e cantavano ricordando tutte le prodezze del defunto per una settimana :dopo il silenzio totale perché il mancante era nelle esperte braccia di Manitù che avrebbe pensato, in modo illuminato, al resto…

Il gioco della “campana” era un altro spasso, soprattutto tra bambine, ma qualche maschietto disinvolto si univa a noi.

La campana aveva due versioni, la più semplice consisteva nel disegnare per terra un rettangolo  di circa due metri per un metro, i due metri, venivano divisi al centro così da ricavare dieci rettangoli da quaranta centimetri, al che noi bambini più destri , cercavamo un sasso pesante e piatto: quello che agevolmente sarebbe arrivato all’ultimo rettangolo, a circa due metri, Tutto era semplice, iniziando il gioco della campana fino ai primi tre rettangoli: bastava centrare il primo quadrato con il sasso piatto entrare nella campana, raccogliere il sasso nel primo riquadro e proseguire facendo attenzione a mettere i piedi nei rettangoli a seguire: se toccavi una linea venivi squalificato. Non succedeva quasi mai in questo semplice, primo passaggio di riscaldamento. Il secondo era una ripetizione del primo ma…con una gamba sola. Il terzo, il più difficili si faceva ad occhi chiusi inutile dire che la giocatrice era seguita a vista e lo sapeva, così teneva gli occhi ben strizzati anche quando si abbassava a prendere il sasso perché le altre giocatrici erano lunghe per terra con gli occhi fissi alla faccia della partecipante.

 Si giocava nella piazzetta “del Montone” fino a notte, i muri grigi, sotto la flebile luce dei lampioni ricreavano il loro materiale e sembravano nuovi di zecca, le donne sedute  sulle sedie di paglia, con un occhio intento a noi e l’altro al lavoro di cucito o di sferruzzamento non avevano una ruga.

Tutto filava liscio e leggero nelle notti di Velletri: intenti a creare, a divenire…a preservare.

Divenni capo della squadra di Sant’Arcangelo per un caso fortuito.  C’erano state abbondanti piovaschi e dietro le scuole medie si era formata una specie di piscina. Ingegneri dei giochi, avevamo costruito una zattera con le palanche dei muratori di un vicino cantiere: andavamo su e giù

aiutandoci con un lungo bastone , come fossimo sul Canal Grande. Era divertentissimo! Non aspettavamo che la campanella di fine scuola per raggiungere quel luogo eletto dove eravamo pirati, corsari, padroni della fantasia.

Ci fu un banale diverbio tra mio fratello ed il capo del Montone, parlottarono un po’ : quello si voltò assestando” il colpo del coniglio” sulla mascella di mio fratello che svenne. Non ci vidi più  mi diressi come la Furia in persona sul capo del Montone   !

 … credevo che mio fratello fosse morto,  assestai una scarica di brevi pugni, in rapida successione diretti alla figura, al volto…lo volevo morto!

Il mio diretto avversario della squadra del Montone si chiamava Trenta Luciano , un ragazzino moro e dinamico:, lui non se l’aspettava da una ragazzina, cadde nella pozza cercando di tirar dentro anche me, gli schiacciai la mano con tutta la forza che avevo. Ricadde indietro nella acqua fangosa. Ero talmente fuori di me che pensavo solo a far giustizia per mio fratello…che resuscitò ed insieme ad altri ragazzini cercarono di calmarmi perché io aspettavo, incitandolo a gran voce dalla riva, a venir fuori di lì vigliacco che non era altro!

Non uscì dalla pozza e questo accadimento fece il giro del quartiere di sant’Arcangelo, vicino alle carceri ed al Comune. Fece bene perché nel frattempo ero andata a casa, a due piedi dal luogo del fattaccio,  avevo preso la fionda con una grossa breccola per centrarlo in piena fronte!

Dopo sei mesi eravamo diventati grandi amici, nel senso che lui si riteneva un mio grande amico: cinquanta anni fa essere del Nord era cosa inedita per Velletri! Poi…una che se la cavava a cazzotti! Modestia a parte.

Una sera d’inverno, portavo il cappotto, Luciano, inaspettatamente , venne nel “mio regno. Salì sul muricciolo adiacente alla chiesa di sant’Arcangelo e guardandomi negli occhi, con uno strano sguardo da adulto  mi disse:”quassù io comando!”.

Quassù io comando!

Era il mio regno, come si permetteva?
Qualcosa di flebile e dolce si fece strada nella bimba di undici anni…

Voleva essere il mio ragazzo! Aveva tredici anni e il testosterone si affacciava nel suo corpo…ed aveva scelto me!

Purtroppo la sua ambizione  che mi diede un brivido inedito aumentando la mia autostima, non ebbe risposta nel mio progesterone inadatto a qualsiasi prova che non fosse stata salire per primi su un albero fare a cazzotti o nuotare controcorrente!

La nostra amicizia durò poco, perché avevamo inventato, sulla traccia degli Indiani d’America, i giuramenti di sangue. Facevamo con la lametta da barba gettata dai padri un segno sul polso con cui condividevamo l’altro sangue sul polso dell’accolito. Inutile dire che la banda del Montone e quella si sant’Arcangelo si erano riunite per combattere “i nuovi”, laggiù fuori Porta Napoletana…più agguerriti, estranei ai nostri giochi, invadenti e  cattivi purtroppo, allora,  calabresi purosangue. Quando mia madre si accorse dei miei giuramenti me ne diede tante da lasciarmi lunga nel letto, non fu un benevolo avvertimento come per i pidocchi! Proprio no!

Ripresi i miei giochi di prima per stare alla larga da altri guai.

La carriola con i primi cuscinetti a sfera che ci portava direttamente dal Comune  alla piazzola antistante le suore della Neve! Che fatica per costruirla ma che soddisfazione manovrarla con le due corde intrecciate all’asse principale che supportava il cuscinetto più grande, la piattaforma di assi era per il passeggero, dietro un’altro bastone parallelo reggeva due cuscinetti più piccoli…senza freni, era il nostro veicolo impareggiabile!

Giocavamo a “ battimuro”, a “ sottomuro” con i tappi ben schiacciati delle bibite: la stella della san pellegrino era la preferita e valeva molto più delle altre. Si giocava a corda, cominciando da un semplice olì. Olì. Olà: due ragazzine giravano la corda contando in contemporanea i tuoi  salti, inutile dire che , quando sbagliavi, entrava un’altra concorrente. Anche lì il gioco non era perfettamente leale perché se una delle ragazzine che facevano girare la corda, voleva entrare in gioco, girava la corda in modo maldestro in apparenza… era tutto calcolato al millimetro! Quante volte ho troncato il gioco perché mi faceva male la spalla od ero semplicemente stufa!

Questo gioco raggiungeva il corollario con “ i tre piani ed i dodici forti!

I tre piani erano tre semplici mandate di corda a ritmo regolare…poi La corda si tendeva all’inverosimile per far seguire una staffilata girata così velocemente che sole poche ragazze riuscivano a completare il gioco. Il Pathos era nella doppia corda: per atlete, inutile dirlo, il mio preferito.

Non era semplice trovare due ragazze che sapessero mandare in contemporanea due corde della stessa lunghezza : quando si trovavano era una pacchia: bisognava entrare dall’esterno mentre le due corde che si susseguivano erano in funzione ed era importantissima la frazione di secondo in cui entrare     : determinante perché le corde, oltre a farti un po’ male, si sarebbero fermate contro il tuo corpo. Se riuscivi ad entrare dovevi saltare alla velocità della luce a destra e sinistra nel piccolo spazio che lasciavano le due corde sul terreno….odore di polvere, di sudore, di infanzia gioiosa!

Qualcuna di voi lo ricorderà sicuramente, che materiale didattico!

A “salta la luna” “riecchime”, si assestava il più robusto e poi tutti sopra!

Fino a che l’ammasso dei corpi poteva essere sopportato. A palline, a spacca palline, quelle biglie colorate che sono ancora oggetto di magia.

A tamburello dove qualche maschio si intrometteva facendo diventare, il pacifico rimabalzare della pallina da un tamburello all’alto in  un gioco di ping pong  per arrivare allo stile tennis   !”A nizza e bastone”, troppo complicato da spiegare ai non addetti ai lavori.

Ad “uno salta la luna! …un ragazzino si poneva a testa in giù facendo della sua schiena una presa di appoggio per scavalcarlo a gambe aperte…

.Peripezie scordate  quando il bambino che è in noi diventa disperato, scordato in una gabbia nella più crudele delle gabbie umane:

un’infanzia triste, senza  uccelli che vogliano cantare o il sole che si rifiuti di brillare e la miseria che diventa un fiume senza compagno.

Naturalmente questi ricordi mi suggeriscono un’analisi sulla popolazione giovanile attuale che preferisco non fare .

Il consumismo ha alterato dalla base” la lievità dell’essere” del crescere e confrontarsi con il mondo reale. Le scazzottate, i ritmi naturali, non pappagalleschi, ci forgiavano individualmente, regalandoci la capacità di intendere e di volere nell’età delle decisioni : eppure sbagliavamo anche lì, frenati dal nostro costume naturale, da genitori che ci volevano a loro immagine e somiglianza…si sbagliava ed  i disagi erano tanti, prigionieri di ombre senza identità, ma con grandi catene che ci rendevano un po’ matti .Ritrovare il nostro bambino, far brillare nuovamente la sua stella, la voglia di mostrare le scarpe nuove brillanti come gli ottoni di Harlem! Il vento in poppa, la luna come solo la luna sa dare l’essenza quando i bambini sono addormentati!

 Lasciando indietro la monotona traccia degli ex padroni del nostro circo, la festa è finita e non sento più le sue parole e faccio orecchie da mercante.

Il messaggio mi trova nuda  nel primo sole quando l’erba accarezza l’erba …strepitosa mattina di primavera!

.Difficile, allora, stare in un posto che non fosse LA STRADA ,  un” on de road”  permanente, di fucine,di casa in casa, di pane e marmellata, di pane  olio e sale , di sintesi all’introduzione alla” età così detta  “adulta”  a quello che non sarebbe stato più..un semplice gioco, ma lo straordinario evolversi di  tutto quell’enorme materiale giocoso accumulato per tanti anni tra risa e pianti , che avrebbe preso la forma, occupata dalla nostra forma esteriore  e visiva del nostro corpo …

NOI…adulti per caso. Eterni ingegneri dei giochi!

Annunci

7 thoughts on “Ingegneri dei giochi

  1. …e un branco di ragazzini…avevano già risolto il problema delle differenti culture…comportandosi come soltanto i bambini sanno fare…meditate SANTONI…e imparate come si VIVE…INSIEME…SILVIO……

  2. Hello there, just became alert to your blog through Google,
    and found that it is truly informative. I’m gonna watch out for brussels.
    I will be grateful if you continue this in future.
    Numerous people will be benefited from your writing.
    Cheers!

    1. Grazie , è un piacere che qualcuno, in qualche parte del mondo stia leggendo le mie sensazioni e ne tragga beneficio, è il complimento più grande per uno scrittore. Grazie di cuore,

    2. Grazie per quel che mi dici e che rende uno scrittore la persona più felice del mondo. E’ bello pensare che, come tu dici, i miei racconti possano far felice chi li legge. Ancora grazie e un saluto a presto.

  3. Un bel caratterino sin da piccolina… mi sto rendendo conto che con te non conviene giocare alla guerra, uno ci rimette i denti!! I miei omaggi alla capo banda di Sant’Arcangelo, e grazie per questa piccola “Guerre des boutons” all’italiana!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...