Per i vicoli di Albano


Giovani,  spensierati ci piaceva costruire castelli in aria, i sogni nel cassetto erano u’antica riserva da tirar fuori nei momenti di depressione…

Trasformavamo questa valle di lacrime e nano-particelle nel più fulgido dei prati scoppianti di margherite ed altre fragranze…respiravamo, a pieni polmoni, tutto l’ossigeno di Einstein, propagato da miliardi di soli da lui sparsi, a caso, come miliardi di dadi, solo per noi, per il nostro gioco infinito, non contaminato dai giochi assurdi dei politici, adulti, annoiati, già contaminati dall’ossido di carbonio. Non costruivamo, perché il tutto ci veniva intorno a nostra insaputa: volevamo un mondo più giusto, bello, verde…

Incontravamo, per caso, le persone adatte che ci attiravano con i loro salubri odori…Li seguivamo a fiuto con letizia.

 Salvatore Ekinokos, anima candida, che predicava la fratellanza, l’uguaglianza….moderno Robespierre che fu fatto fuori fisicamente, voce di popolo, all’ospedale di Albano, al C.T.O. perché patrono delle classi indigenti, non istruite, difensore che aleggiava sul basso con ali di farfalla per salire poi in alto, ed ancora più in alto sino all’allora sindaco del comune di Ariccia … a cui dava molto fastidio questo uomo alto, di bell’aspetto che, invece di seguire la sorte di un pensionato qualsiasi, seduto sulle apposite panchine dei giardinetti ad attendere la morte, osava vestirsi da indiano ( ti amo Salvatore, insieme a tutti gli indiani, soprattutto Sioux, ma anche i Seminole ) . Quest’uomo di una cultura fuori dal comune,  con un passato fuori dal comune, avendo conseguito una laurea in scienze della telecomunicazioni ed essendo l’amante della allora segretaria di Stavros Niarcos, in Grecia.. . Salvatore dovette, alla rimozione  dei colonnelli, tornare subitamente in Italia con indosso la sola camicia ed i pantaloni.

 Quest’uomo che se ne strafregava delle regole imposte, dove tutti parlavano a vanvera e aleggiavano bassi senza ali di farfalla… Parlava con enfasi da santo patrono. I  sui manifesti  surclassavano un moderno Pasquino.

 Usava un pennarello spesso,  per far capire alla gente ignara, quello che stava succedendo:  “nell’ultimo anno ci siamo mangiati sei etti di pesticidi!” Vicino ai cessi comunali, in grassetto : SEGUITE IL FIUTO!.

Lo conoscevo bene, anzi, benissimo….era il caro amico che alle, sei del mattino mi faceva trovare tutto il marciapiede da piazza San Pietro al bar di Carones, perfettamente spazzato con il suo piumino per automobile…lì, dopo ci aspettava il cappuccino sempre offerto da lui. Talvolta era vestito da donna con tanto di calze nere attillate su minigonna rosa  (  per i colori non aveva talento).

In qualsiasi modo fosse vestito assomigliava sempre ad un Apollo!

Gianluca, proprietario di un’altro bar, insieme ad una leadership di benpensanti, in una mattinata di pioggia gli chiese:” Dai! Dimmelo sinceramente! E’ per la pensione  che fai così?”.. al che Salvatore , sono testimone oculare, dondolò  tutta la persona sui talloni come per sgranchirsi un tantino . La testa roteante per annullare il dolore della cervicale  incrociò i suoi occhi nei miei più solidali che mai… alzò la tonaca nera e la fece roteare come un matador: quella mattina era un avvocato di Cassazione. Non di quella normale .. La Suprema!

Una piroetta, un tocco alla parrucca, un perfetto combaciar di scarpe, e   nei suoi occhi, un lampo da pavone che inizia il corteggiamento, vestito di tutta la sua personale vecchia e giovane ” joie dé vivre…”.
Fu superbo. Si esibì senza tresche, né magagne…così ispirato perché stava difendendo la storia della libertà, dagli albori del suo sorgere all’andropausa della sua decadenza, ( gli domandai, in seguito, se avesse voluto alludere a Caino ed Abele per la sua prima arringa: non ebbi risposta! )

 Dopo gli svolazzamenti pindarici e di rito  su amore- e-vita-e miracoli

piluccò, sbocconcellando qua e là, sulla Repubblica : il testo cardine del pensiero Platonico  mentre i presenti non avevano la più pallida idea di cosa stesse parlando… proseguì intrepido staffilando i tiranni di ogni tempo : quelli  che avrebbero voluto esiliare la libertà come se la LIBERTA’ fosse una delicata coperta da rimboccare ad infanti come Linus, invece di uno schiaffo dato a mano aperta in pieno viso ai dittatori! (  si diresse così sicuro verso Gianluca con la destra aperta a ventaglio che il poveretto rinculò dietro il bancone.) .

“Quegli infami sarebbero stati cancellati dalle loro stesse dottrine!”.

Alla fine della maratonetica arringa .. Salvatore diafano e sudato fradicio, anche per via della parrucca, si trovò  faccia a faccia con un Gianluca stordito, stralunato a cui domandò con un’ ultima riserva di fiato:” adesso che ti ho fatto fare un salto intellettuale qualitativo non indifferente… sei convinto “ adesso” che è  questo?! Questo  è il concetto!!

 Tu potresti fare quello che ho fatto io? Senza sognare di farlo ma…farlo per davvero? Questa, ragazzo mio , è  “ l’ ideuzza”  per cui  si sono scannati  i popoli nei secoli dei secolorum: Libertà! Hai presente?”

Gianluca era alle corde ed io commossa… Salvatore si voltò e si diresse verso l’uscita del bar incurante dei miei applausi…  un altro treno speciale “per la libertà” era in partenza da un altro binario ad un’altra ora , in un altro fuso orario dove sarebbe diventato in un battibaleno ”uno nessuno e -centomila”. Risvegliava le anime soffocate dal perbenismo, scioccava i candidati insonni come un’elettrochock  e… per questo, dicono, lo hanno eliminato.

 Io ci credo. A tanti benpensanti non faceva comodo Salvatore, soprattutto in tempo di elezioni,  quando ricordava le tappe principali per una corretta votazione: “agli uomini piace la patatina, alle donne il pisello… Per il resto, ad ognuno… piace quel che gli pare!”.

Quante volte indugio sulla sua persona e su quella di Gianpiero, mio compagno di lavoro così diverso da Salvatore ma così affascinante per le sue personalissime vedute sul mondo.

 Gianpiero aveva messo ai piedi le prime scarpe quando aveva undici anni in un paesino della  Sardegna, secondo di nove figli e figlie, si alzava allo spuntar del sole per sbrigare le varie faccende di un pecoraio Sardo. Fino a che, crescendo, non ritenne giusto, per lui, quel tenore di vita che non gli si confaceva.

Conobbi Gianpiero “dai sette capestri”, tanti erano i capi di imputazione che pendevano su lui, a iniziare da spaccio di assegni falsi, porto e detenzione di armi, sfruttamento della prostituzione, furto con scasso eccetera, eccetera…Aveva trentasei anni , faceva lo spazzino ed era proprietario di una Volvo 2400 con cui ci recavamo sui luoghi da pulire, esterni ad Albano come la zona Miralago o lo spazio antistante l’ospedale San Giuseppe dove lui tirava fuori  dal bagagliaio le due scope di saggina adatte allo scopo. ( in realtà il suo corpo materico era lì, quello astrale stava seguendo una minigonna aspirando ad “una romanesca, poco pane e tanta ventresca!”).

 Gli ignari popolani tiravan fuori le orbite: “ caspita due spazzini con una Volvo…ma quanto li pagano ad Albano sti’ scopini?!

 Gianpiero esigeva sempre magliette a manica lunga, anche in estate, diceva di essere allergico alla polvere, in realtà voleva nascondere i numerosi tatuaggi fatti in carcere e avrebbe dovuto tornarci per scontare un debito con la giustizia. .. Allora aveva una compagna ed un figlio piccolo…

così , scrissi una lettera accorata al Presidente della Repubblica,  dopo quattro mesi gli arrivò la grazia.

Gianpiero era permeato di un’atmosfera di povero lussuoso che apparteneva solo a lui.” Vergognarmi io? Io mi dovrei pentire? Sai chi c’era con me a Regina Coeli? Fior fiore di avvocati, chirurghi, banchieri, cardinali…io dovrei pentirmi? Quelli pensavano ad abbuffarsi…quelli non sapevano cosa fosse la compassione e me lo ripeteva sillabando, com-pas-sio-ne . Il cardinale lo aveva istruito sul latino nelle lunghe ore di noia a Regina Coeli..”.

Compassione vuol dire non poter guardare con indifferenza le sofferenze altrui”. Il cardinale aveva compassione di me?” Sputava per terra ed a me, quel gesto così eloquente, dava sempre fastidio..

Non ebbe compassione neanche di me, perché in carcere aveva imparato a non fidarsi di alcun umano e fu così che, dopo il favore che gli avevo fatto, mi fregò settanta mila lire per una stanghetta di occhiali che gli avrei rotto salendo sulla sua macchina. Sapevo che stava mentendo e mi vergognai per lui.

 Questo accadimento , per me, così inaspettato  mi aprì gli occhi sulla fatuità delle conoscenze che avevo scambiato per amicizie.  Su come il carcere potesse cambiare lo spessore intrinseco della natura di un qualsiasi essere umano!

Gli eventi si susseguirono, guarda il caso, con una fatale geometrica cronologia, come può accadere solo in geometria: era l’odoroso maggio, leggero e capriccioso del millenovecentoottantanove.

Avevo trentanove anni, due figli a carico e facevo la spazzina.

Il caso volle che , attraverso l’Associazione Latium Vetus , di cui ero socia, mi ritrovassi in vicolo San Pancrazio nello studio di Helena , un’ultima dei “Von” della sua stirpe.

Incontrai Silvio tra uno stuzzichino ed un bicchiere di vino, tra disquisizioni accorate sul colore delle ombre, al fascino di uno scorcio, ad una prospettiva che non quadrava… insieme ad altri artisti: Fascianelli, Torti, Sordini Anacleto. Rosati Alberto… il mio maestro:  ci si abbandonava al piacere di cazzarare in una sorta di teatro privato per eletti dove si cavalcava l’immaginazione e si tornava a casa leggeri per aver goduto dell’’opportunità di condividere delle opinioni condivisibili. Il che, dato l’aria che tirava  in tema di cultura ad Albano, non era poca cosa! Quella via san Pancrazio, nel cuore del centro storico, da cui si poteva sentire echeggiare la mitica voce di Aznavour…”e scusatemi se, con nessuno di voi ho qualcosa in comune…”. Come ci calzava! Fucina di anime dedite al bello…Albano non lo ha mai saputo.

Una sera d’inverno, un inverno vero per Albano per via di un palmo di

neve finalmente attaccato saldamente al suolo, attraversavo il gineceo della Rotonda per tagliare via Don Minzoni  ed accedere a via dei Travoni. Ecco! Questa sequela la devi spiegare quasi tutte le domeniche ai  romani che prenotano un matrimonio alla Rotonda …vicoli di Albano, abbarbicati, intrigati e dilatati intorno ad un monumento romano, travestito da chiesa. Come san Pietro, altra opera romana travestita da chiesa.

Mi appoggiai stanca ad uno dei grossi platani,  le buste della spesa sulla neve, assaporai quella magia che scendeva dal cielo lentamente, quasi adagiata, cullata,  sospesa nell’aria. Chiusi gli occhi andando lontano…a Ceva, in Piemonte dove la neve era un manna del cielo: “sotto la neve…il pane” solevano dire i vecchi alludendo ai nevai d’alta quota che, in primavera, avrebbero rilasciato il succo prezioso di quel nettare per far crescere il grano.

Qui ad Albano era una calamità, oltre al traffico intasato, ai vari disagi, alla gente la neve “faceva tristezza”, come faceva tristezza la pioggia.

 Mi ricordai delle bufere dove non potevi vedere ad un palmo dal naso ed , anche se ti trovavi nell’interno della cascina, dovevi procedere mano-braccio-mano-braccio con chi ti era davanti, naturalmente il più robusto, e chi ti seguiva, altrimenti la porta di casa, la trovavi dopodomani.

 Sentii il vento calare rapidamente e sapevo che questo avrebbe rafforzato la neve, stavo per riprendere le buste quando una musica mi inchiodò sul posto.

 La melodia dolce risuonò comprensiva ed affascinante invadendomi.

Indovinai che la casa a piano terra, alle mie spalle, da cui si espandeva flebile una luce gialla,tiepida, polverosa ed ovattata, fosse la provenienza dell’ onda, della vibrazione…

 Un uomo stava cantando  in inglese accompagnandosi al pianoforte …la voce era una carezza nel cuore ..ascoltai aprendo gli occhi e le merlature del palazzo davanti a me, la sedia rotta appoggiata ai cassonetti della mondezza, i mattoni sbrecciati lasciati dai muratori, la fontana lucida, mi fecero sentire un brivido interiore. “Che fai? Ma…’senti che freddo!” Era Paola, una donna del quartiere. “ Ascolto la musica…senti che bella”.

“Che musica e musica, ti porto le buste?”.

“Grazie, non ti preoccupare, ho l’ombrello…sbrigati tu piuttosto!”

Si alzò il bavero del cappotto mentre mi salutava lagnandosi ancora del tempo inclemente.

In genere, cerco di capire le persone, in genere…

L’uomo iniziò un’altra canzone mentre un’aurora boreale esplose dai vetri della porta per un attimo: forse una donna con un vestito colorato..in quel biancore di neve fu un fulmine di luci.

La voce dell’uomo terminò il suo dolce galoppo nelle praterie con qualcosa in gola che punge e fa male.

Non avrei saputo che Fulvio poteva scioglierti il cuore in una serata d’inverno con la neve testarda ed elegante che continuava a scendere a larghi fiocchi… senza rumore.

 Sapevo del Conservatorio, sapevo che ad Albano,” nemo profeta in patria”, non aveva possibilità per il suo sogno ( vorrei tanto fare un elenco di chi ci è riuscito senza porgere il culo ai politici) non sapevo di tanto talento. Non sapevo niente di lui oltre le quattro classiche chiacchiere da vicini di quartiere. Mi piaceva il suo rispetto, una naturale eleganza legata ad una pulsione di timidezza che mi fu chiara dopo averlo conosciuto di più.

Talmente timido da non osar dire il suo amore a Nadia, più timida di lui: ci pensarono gli amici facendoli incontrare “casualmente” alle grotte di Nerone a Nettuno. Il loro primo bacio durò trentasette minuti: orologio- cronometro degli amici. Un ricordo del genere può riempirti una vita intera!

Aveva quarantadue anni ed una donna che lo amava .Un figlio immaturo che alla nascita pesava otto etti.

“ Mi sembrava un piccione pieno di aghi!” mi confessò un giorno d’estate, seduto sui due gradini della sua casa.

Tanto affetto, tante cure tirarono fuori il piccolo Daniel da quella precaria situazione. Fulvio era sempre con Nadia e con Daniel…la sera suonava fino a che il piccolo si fosse addormentato. Lavorava come magazziniere in una ditta che alla fine, lo aveva licenziato… faceva “serate da pianobar”.

 Scosso da tanti accadimenti… ora suona con Idolo, ventisettenne ricciolone biondo… suonatore di chitarra, che abitava preferibilmente con la nonna a via dei Travoni, un aneurisma cardiaco, lo portò via.

 Nell’aria di una sera infinita d’inverno dove la neve continua a  scendere senza un alito di vento, in perfetti riflessi paralleli, suonano insieme tra altre anime elette. Nessun rumore, solo melodie… solo le loro presenze.

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62 thoughts on “Per i vicoli di Albano

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  11. …sono ancora emozionato…ho ripercorso con te sensazioni vissute vera mente…con gli stessi amici
    con i quali abbiamo scambiato le stesse sensazioni vivendole intensamente…è come averli riportati fra noi…in un sogno…di quelli che restano incollati alla realtà…alla nostra realtà…grazie…silvio…

  12. Salvatore, Giampiero, Fulvio… magari se capita me ne parlerai anche a voce. Personaggi tratteggiati in modo tale da far venir voglia di averli conosciuti…. Ed Adelma, attenta osservatrice ed auditore sensibile, in grado di dar voce e ra…gione a coloro che sono e che sanno di essere dei ‘diversi’ e per questo guardati con sospetto o scotomizzati dalla comunità. Un Adelma che non è in grado di “guardare con indifferenza le sofferenze altrui” e che sa cos’è il rapimento estatico di chi si sa immergere in realtà dai più considerate ordinarie o squallide, ma che sono probabilmente porte e finestre da cui riluce il colore dell’infinito.

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