Erika Esko


C’era una volta di noi,  di te e di me quando un nevischio fresco e  vibrante di mille forme  ondeggiava  morbido e ci avvolgeva sotto Natale sugli scalini  dirimpettai  a  negozio di“ Forbicietta “ qui ad Albano,  una vigilia di Natale che, con una Donna come te , credevo aver finalmente  trovato l’amica dei giorni a venire. Ho capito , istantaneamente che con te dovevo tornarci sopra e riflettere.  Tenevi in mano i giornali  che ti avevo regalato con il volto disteso e felice per quel racconto pubblicato che parlava di te: “ Stoccolma”. Li volevi portare a tua madre, regalare agli amici,  tuo figlio Sacha ne aveva già cinque.

 Avrei potuto e dovuto,  ascoltare il tuo grido di aiuto quando sei scappata via alla mia vista nel giardinetto vicino al Simply molti mesi dopo averti accompagnata all’aeroporto, direzione Stoccolma,  senza una tua cartolina, uno spillo, un cenno …come non fossi mai partita: avevi il mio indirizzo completo di via e CAP  oltre al cellulare ed al fisso.

Avrei potuto e non ho voluto. Mi è così difficile intraprendere una qualsiasi narrazione, mi sembra più di strappare delle pagine a caso,  dal momento che il distacco è stato crudele e definitivo . Ci sedevamo lì alla tua  panchina  quando portavo la biancheria a lavare nella vicina lavanderia a gettoni, un appuntamento nuovo per me, una donna  che scavava  nelle proto cellule, che stanno ad indicare la prima cellula vivente,  fino al parto totale , parto di un unico ramo fior di ciliegio, tuo  figlio  Sacha,  parto di un prototipo senza pari, da non spartire con un tedioso marito che non  ne azzeccava una. “ Immagino che ne fossi innamorata…”

“Ero contenta, contenta di stare con lui, che avesse scelto me… davvero non so se sono stata mai innamorata”.

 “ Mi sa di no, altrimenti lo sapresti e basta!”.

 “ Mi piaceva farmi corteggiare.” rispondevi con calma eludendo il tasto amoroso senza imbellettature, da donna civile senza risentimenti, rara creatura che salvavi gli omuncoli per tenerezza, perché eri una mamma. Ci siamo prese da subito perché eravamo di un psicologismo  simile , uomini mancati che, da donne, dovevano assistere uomini senza la mamma.

“ Mio padre ha visto mia madre dai finestrini di un treno fermo in stazione a Stoccolma…  qualche minuto, a ben pensarci, tutta una vita, quella di mia sorella e la mia.  Ti rendi conto? Quei pochi minuti sono stati la nostra vita! Ha rincorso il treno per duecento chilometri…fino alla fermata.” La interrompo perché non ci posso credere. “ Fai un po’ tu, ma questa è la verità, mio padre era già sposato con tre figli , mi mostri la foto in bianco e nero dove vedo  una signora segaligna con al seguito tre figli di diversa altezza, dietro  tua madre, lineamenti dolci, con voi due, dopo il funerale di tuo padre. Avevi tre anni. Poi una vita che volevi stellata da incontri simili a quello dei tuoi,  non sarebbe stato possibile come tutta la tua  vertigine curiosa causata da traumi infantili che mi passava le viscere, così arcobaleno, trasparente ed estrema. Un  raro talento per la crudeltà verso te stessa, non lo sapevi, come io ignoro il mio di perché. O, forse, non fa una piega, travestirci per il nostro funerale da saltimbanchi conciati per quell’unico giorno a sorprendere tutti con le mani colme di cioccolatini. Al tuo  ridevi come una bimba.

Ti eri gettata giù da un ponte, a Stoccolma, ti avevano raccolto che eri uno straccetto in fin di vita.

Alcool e droghe varie, eliminavano tanti giovani a Stoccolma come in tante città del Nord portate a modello per la civiltà, a noi incivili partenopei che non avevamo un così alto numero di giovani suicidi, né una percentuale così alta di giovani drogati ed alcolizzati. Avrebbero dovuto farti la guardia ventiquattrore per domare il tuo toro selvaggio dalle narici frementi ma ti sarebbe convenuto?

 Ti prendeva a ridere come una bambina e di scatto aggiustavi il pantalone sulla gamba matta. Vista così, da fuori, non era poi così evidente, un incedere zoppicando che poteva avere anche chi soffre di calli. Mia madre asseriva con il suo tono dei momenti importanti che è assolutamente impossibile scrivere la verità su persone che sono ancora in vita, o sono in qualche modo coinvolte in quello che stai scrivendo: la addolcisci o non la scrivi….la verità. Erika è morta, a quarantotto anni  e posso scrivere la mia verità senza fingere. Doppiamente doloroso perché io non ti ho parlato di me  così come non ho parlato con nessuno al mondo,  con il mio buon fiuto che recalcitrava ad una confessione sincera, come buttare la spugna pressoché in stile “ non rivoltarmi come un pedalino, già non ne posso più di me, ci manchi anche te.”.

L’unica a confessare, e qui non ci sto, fosti tu,  come una bambina disambientata, ma l’altra, lo avvertivo a fior di pelle, avanzava , con stupide inezie, convinta di farla franca con me. Con me puoi fare il giro del mondo ma non prendermi per il culo, se non vuoi aprire la pagina e sfogliare il libro stai con te,  a me bastava ed avanzava la mia solitudine, il tuo inganno era davvero troppo!

Il confessionale vero ha una cassaforte provvista di chiave… non mi hai consegnato la tua vera combinazione. Io , di rimando, non ti ho raccontato la mia innocenza, che faceva male solo a me.

Dovevi andare a Marino per un piccolo intervento in Day Ospital, per un piccolo intervento al labbro superiore, ti accompagnai volentieri in macchina , era tutto a posto analisi, elettrocardiogramma, aspettai la barella che ti portava via semiaddormentata, ricordavo solo la tua gamba quando ti eri spogliata con disinvoltura, ventisei operazioni non suscitavano per te più niente, suppongo. Capii , gettando uno sguardo che non voleva essere curioso, ma istintivo sulla tua gamba che era un puro osso, dal ginocchio al piede anormalmente arcuato, ricoperto di pelle bruciata, senza traccia di muscolo. Capii anche il tuo dramma quando, quell’osso, ti dissero che doveva essere amputato.

Ricacciai  le lacrime che volevano  prendere la mira  sul tuo corpo ancora addormentato, guardavo l’ovale del viso con gli zigomi alti  e mi chiedevo fino a che punto quel sangue che ti tamponavo dal labbro era un dettaglio così simile al mio.

“Vuoi sapere che cosa mi piace esattamente di un uomo?” ricordavo le confidenze alla tua panchina.

“Non oso pensarlo…” ti  schernivo

“Il ginocchio! E’ una cosa che mi fa impazzire!”

“Il ginocchio? Cos’ ha di così eccitante?”.

“ Noi donne abbiamo il ginocchio rotondo, quando un uomo flette la gamba vedi che il suo ginocchio è quadrato, superiore al sexy del sexy!”.

”Veramente ricordavo un’amica a cui non piacevano gli uomini con le gambe corte…ho cercato di farci caso ed aveva ragione, ma l’arzigogolo del ginocchio quadrato, era una novità assoluta, da sola, avrei consumato invano una vita  per arrivare  nel cuore della cosa.”.

Era  la  tua gamba ad essersi sfracellata in un incidente, poi  il piccolo Sacha da allevare da sola.

Al Albano ti eri infilata in un brutto giro, in questa cittadina così schematica, così benpensante, dagli argini così limpidi ed algidi, con tanto di processione del Venerdì santo, come tutte le cittadine di provincia. Esiste un’età propria per morire? Per morire davvero? Per dimenticare in un baleno  tutto il contenuto della vita vissuta ? La morte vera la devi sperimentare per capire di che angoscia ed emozione è, capricciosamente fatta, a me era bastato un pacchetto di caramelle panna e lamponi che la vicina di letto con tumore al pancreas e diabete iperbolico, mi aveva lasciato sul comodino.

 Io, operata di  tumore al colon non riuscivo a mangiare e aspettando la morte certa come quella che colse Claudia di anni trettotto mia dirimpettaia, per far bella figura, sputavo nel tovagliolo di carta quello che mai avrei potuto inghiottire. Il pacchetto di caramelle viola con striscia dorata si stagliava sul bianco del copriletto, lo scartai con cautela assaporando  con la lingua l’inaspettato sapore che scomparve all’interno di me come una rara medicina. Presi la seconda caramella , poi la terza, fino alla decima ed ultima. Intuii  che non avrei più dovuto preoccuparmi per la mia vita e che  una caramella  avrebbe dovuto assurgere  alle soglie di Pietro ed essere Incoronata Santa Caramella  per avermi salvata. Pietra miliare e testata d’angolo:

“ Santa Caramella Panna e Lamponi dell’Isola Tiberina”. Erika non è stata salvata dalla caramella . Era troppo furba, già  distaccata, a meno che non si trattasse di suo figlio Sacha, per far finta che si trovasse bene dove stava e quel che stava vivendo. Il suo compagno deludente, avrebbe dovuto riconquistarla. Lei gli cucinava tortellini con panna per fare piatto unico con una malinconia svogliata. E lui continuava a non capire, non aveva  la minima idea su cosa pensare in proposito.

“ Si è suicidata!” mi piomba la sua voce cupa, stonata  a Piazza Pia.  Vuole fare il perbenista dal momento che si è occupato del funerale  ed  ha occupato il piccolo appartamento di Erika che  ora è di Sacha  perché il tribunale lo ha designato come erede, ma il compagno, ex poliziotto, ne fa quel che vuole. Non credo ad una sola parola di quello che mi propina in seguito e non vedo l’ora che se ne vada. Non lo conosco veramente , Erika diceva che i loro contrasti provenivano soprattutto sulla sua puntigliosità, dal fatto che non doveva eccedere come “donna” . Una  precisazione di cui non ho mai avuto alcun dubbio, dato il soggetto:  I punti di vista saltano  e le strutture mentali cambiano dove le cose dette tra me ed Erika e soprattutto quelle non dette, accumunate da una solida  un’armatura  morale, sono un percorso che mi riporta sempre lì… a Stoccolma dove danno il premio Nobel, intestato a quel signore cha ha inventato la  dinamite, lei lo sa e  ride come una bambina e gioca nelle vasche che d’estate si riempiono d’acqua  ed ingoia una polpetta di pesce  che lascia il sugo  sul suo mento rotondo salutandomi con la mano: “ a dopo” come se niente fosse successo. Non è successo niente, una cartolina non è arrivata, un accenno su Faceboock  non è partito ed un cruccio mi sfiora sovente: mi hai scelto perché avevo la macchina? E poi…quel tuo fuggir via è una busta sigillata che conosco fin troppo bene per questo la tua morte non ha veramente interrotto il nostro discorso…è  così?