“Strappi d’autore” evento a Matera.


E’ come raccontare una storia mai raccontata a cui stentiamo a credere perché troppo banale o troppo fantastica. I due opposti si ricompongono nei  tasselli scritti dal destino. Correva l’anno millenovecentocinquantasette e nell’isola Tiberina in Roma si accavallavano nella fondazione americana, creata per riunire i pittori dei due emisferi,  le opere di artisti, allora semisconosciuti, come Waroll,  De Cooning, Pollock, Gorky… Nelle testimonianze di queste esposizioni all’isola Tiberina manca un dato interessante ed essenziale: dove sono finite queste opere maestose? Perché di questo si trattava: non quadri standard:  per capirci. il classico quaranta per cinquanta. Tele alla Guernica . Tele, apparentemente , perdute. Non sarebbe stato possibile per gli artisti, dati i costi, rimballarle e rispedirle in America, venivano semplicemente, a fondazione chiusa alla torre Caetani, lasciate accanto ai cassonetti della mondezza. Un pathos senza pari per chi , allora, aveva investito il suo credo pittorico nell’astrattismo. Eppure un occhio estatico , tra la folla di anonimi, è stato travolto dall’incredibile novità dalla tempesta dell’astrattismo. Cosa non facile e ancor più poco credibile se il signore di cui vado narrando è un signore comune che ha superato la boa dei novanta e  che sa scrivere in modo incerto il suo nome e cognome Giuseppe Macrì  era un amante dell’astrattismo  come  un giovane erompente dalla sua epoca e proiettato trenta anni in avanti: amante del bello in ogni sua forma pittorica e scultorea. Un diario di raccolta senza pari, la sua collezione privata  con il prezzo da pagare delle varie esclusioni da Fondazioni, che sono diventate un’incongruenza con l’arte, intesa come “artistico” , efficaci solo nella richiesta di denaro. Eppure la sua evoluzione è continuata con la consapevolezza di essere nel giusto e “strappi d’autore” ne sono la conferma lampante.   Allontaniamoci dalle tele della sua collezione privata, che farebbero invidia e gola a musei e a chi si intende d’arte. Avviciniamoci a questi  “strappi”, acquistati  da Macrì  nei vari mercatini dell’epoca,   per capire cosa di magico in loro è diventato prorompente.   Andiamo per fasi.

Un artista  imposta, su carta, la sua opera primaria. La consegna al tipografo per l’eventuale litografia o serigrafia o altro. Il tipografo stampa l’opera, sui dettami dell’artista, in monocromia o policromia. L’artista , a questo punto, decide il colore, la sfumatura per arrivare alla migliore conclusione. L’artista valuta il risultato e proseguendo nell’evoluzione, “Strappa il precedente bozzetto “: come un ripartire per migliorare , una sospensione per riflettere, un ennesimo ripensamento. Per cui, è possibile capire dagli “Strappi” quali e  quanti siano stati i portali del pensiero da spalancare, quante le ferite e le conquiste fino alla decisione ultima

Gli “Strappi” erano destinati al macero tipografico : una macchina  che li faceva diventare delle filiformi striscioline di carta , poi eliminati con il resto tipografico. Eppure, anche qui un occhio attento allenato ai colori: un  compositore tipografo  con la precisa  memoria dell’artista che li aveva  ideati, ritenne  un sacrilegio quegli “Strappi” gettati nel trita-carte: ” Se non li recuperi non potrai parlarne e non potrai mai  tollerare una simile perdita…”.  Li ha raccolti e messi da parte con tutta la loro ferita che ricombaciava perfettamente con il costrutto iniziale. Due calzini spaiati che si ritrovano magicamente e si faceva  festa. Festa grande per l’affinarsi continuo, di foglio in foglio, di nota su nota apposta ai margini di queste  opere che andava cicatrizzando la ferita del tipografo che aveva dovuto  “Strappare ” su ordine dell’artista. Ci sono delle  note sui bordi dell’0pera , scritte a matita dall’artista, che smentiscono o incoraggiano o eliminano e  sono uno spartito per chi guarda:  una gestazione  in cui concorre l’idea dell’opera primaria ed il tempo  necessario perché questa si solidifichi sempre più fino a diventare la migliore aderenza  al sogno dell’opera originata dalla mente. La verifica  esultante delle capacità che riescono a tagliare il traguardo. Stentiamo a credere  che quei tentativi destinati al macero siano poi, diventati i capolavori di opere  custodite nei musei o in collezioni private. Felice chi avrà la miracolosa possibilità di affiancare al suo “originale” tutti gli       Strappi d’Autore” che hanno concorso all’opera definitiva. Stiamo parlando di anime elette, di collezionisti di “sogni d’arte” che vedono in tutt’altra prospettiva un’opera che non può essere valutata solamente  in denaro da investire. Eppure si tratta di artisti  del calibro di Migneco, Guttuso, Marini, Fazzini. Baj, Miro’…e lo metto per ultimo.

Matera la città dei Sassi che accoglierà questo evento non è forse l’esempio più lampante di una città destinata alla distruzione e all’abbandono? Una città in via di distruzione ” Strappata” ai suoi abitanti perché non più abitabile.  Qualcuno, tra i quali lo stesso Carlo Levi, con occhio d’artista, ha fatto ricucire lo strappo per far tornare a vivere Matera e compiere un miracolo che è sotto gli occhi del mondo. Qualcuno ha voluto recuperarla per poterne parlare, farlo  sapere anche a me, come a milioni d’altri,  che non sapevano….  perché la sua perdita sarebbe stata intollerabile.

Come la perdita degli ” Strappi d’autore”.

 

 

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7 thoughts on ““Strappi d’autore” evento a Matera.

  1. come sempre hai lasciato il segno…sempre nuovo, come le sensazioni che Matera imprime nella coscienza storica di chi ne comprende il “fenomeno”:L’uomo e la casa…Silvio Troiani.

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