Leonardo e Beatrice


Un uomo leggero come una nuvola di Giugno, che consigliava ai suoi discepoli di mangiare cervelli di farfalla per non appesantirsi lo stomaco. Leggero come la formella dove gli angiolini volano ed atterrano senza gravità, leggeri come la nonna, nella sant’Anna del Louvre, che sorregge la madre che sostiene il figlio senza sforzo alcuno.
Non c’è sforzo nel Cenacolo dove i discepoli si avvitano, discutono, si domandano in uno scenario che sembra il più naturale del mondo.Eppure è tutto costruito su rigorose geometrie, che non si vedono…leggere e geniali.
Un rapporto con il mondo senza canoni preesistenti…solo nella sua mente.
Difficile da riconoscere, se non per rari intenditori, ed immaginare l’ unica sua vocazione… seguire solo l’ istinto dove le persone sono persone reali e non pupazzi disegnati per un motivo qualsiasi
L’interpretazione psicologica è alla base perché i suoi ritratti ti guardano e ti parlano per davvero.
Un uomo leggero e profondo che sa adattarsi a qualsiasi situazione e questo gli consente di sopravvivere là dove altri avrebbero già gettato la spugna o sarebbero morti. Seguire le sue orme infantili da Toia di Bacchereto, dove nacque, nella casa della nonna paterna, fino ad Amboise dove morì, è cosa leggera per colui che riesce ad immedesimarsi, a leggere tra le righe una storia che, in definitiva, è semplice .Un precursore.
Si è detto mille volte.
Perché poi, diventa così difficile pensare che un essere umano, più dotato di noi, possa aver concepito quello che a noi è negato? Siamo invidiosi perché non riusciamo a capire?
Che c’è da capire in definitiva?
Lui era un Maestro e basta.
Quanti Gesù e Gandhi ci sono stati nella Storia?
E’ un motivo per riflettere, per non affidarci al caso…Lionardo calcolava tutto, niente era affidato al caso”!.
Beatrice d’Este…quando si tira in ballo il caso.!..nacque a Ferrara ad un centinaio di chilometri da Toia. Ventitré anni dopo Lionardo…la stessa differenza di età che aveva con suo marito Ludovico.
Già a, cinque anni, futura duchessa di Milano, perché promessa sposa di Ludovico il Moro: un regno senza pari data la popolosità di Milano per cui la vedeva “vincitrice” su sua sorella Isabella che “vinse “il ducato di Mantova.
Giovinetta scapestrata, avventurosa, amante della caccia dove la natura, l’aria e egli spazi immensi non erano mai abbastanza ampi per andare a zonzo attraverso i boschi che la trasportavano in un vagabondare senza fine.. Curiosa, intelligente , attenta seguace del filosofo Battista Guarino, mescolava un misto di femminilità ad uno scabroso impeto maschile che la rendeva, a sua insaputa, perfetta!
Quando vento e fuoco si incontrarono,nelle sale del palazzo Sforzesco, non ci furono argini che tennero.
Lei, sposa di Ludovico il Moro , che la tradiva ampiamente.. Nonostante avessero il piccolo Massimiliano Sforza..
Lionardo annoiato da tante belle dame.. donne arcisapute senza scatola cranica che lo annoiavano allo sfinimento,si barcamenava tra l’una e l’altra in un quieto vivere.Loro e solo loro amanti calamitati , smarriti da quel riconquistare piano, piano la fiducia che aboliva il tempo nemico, i loro doveri…smarriti in quell’amore da panico, già predestinati, in altri mondi, si erano riuniti semplicemente sulla via di un amore che brillava, profondo, leggero ed enigmatico…per chi non sa cosa sia l’impallidire ed il sentir cantare il vento e la fresca succulenza di un amore istantaneo ed inatteso che ti prende alla gola, al respiro… alla follia..
Chi non sa descriverlo….non è mai nato… morirà solamente!
Ombrosi, pacifici, nella stessa lunghezza d’onda, ruppero senza indugi il prezioso salvadanaio del loro amore nuovo.
Portò il loro frutto nel pieno dell’ inverno: stagione che piaceva a Beatrice per andare a caccia al lupo, tra la neve alta dove le orme dei lupi andavano a balzelloni su cumuli di neve meno spessa… le froge dei cavalli gonfie delle nuvole bianche del loro fiato… il risuonare del corno che dava la direzione tra la fitta nebbia…il loro splendido frutto dato alla luce : Francesco.
Nel cenacolo . Nel lunotto principale, sopra la testa del Redentore, prima Lionardo Vincio: LV poi Beatrice Estense BE , poi SF Sforza Francesco …il loro piccolo. E’ Storia…!

Erika Esko


C’era una volta di noi,  di te e di me quando un nevischio fresco e  vibrante di mille forme  ondeggiava  morbido e ci avvolgeva sotto Natale sugli scalini  dirimpettai  a  negozio di“ Forbicietta “ qui ad Albano,  una vigilia di Natale che, con una Donna come te , credevo aver finalmente  trovato l’amica dei giorni a venire. Ho capito , istantaneamente che con te dovevo tornarci sopra e riflettere.  Tenevi in mano i giornali  che ti avevo regalato con il volto disteso e felice per quel racconto pubblicato che parlava di te: “ Stoccolma”. Li volevi portare a tua madre, regalare agli amici,  tuo figlio Sacha ne aveva già cinque.

 Avrei potuto e dovuto,  ascoltare il tuo grido di aiuto quando sei scappata via alla mia vista nel giardinetto vicino al Simply molti mesi dopo averti accompagnata all’aeroporto, direzione Stoccolma,  senza una tua cartolina, uno spillo, un cenno …come non fossi mai partita: avevi il mio indirizzo completo di via e CAP  oltre al cellulare ed al fisso.

Avrei potuto e non ho voluto. Mi è così difficile intraprendere una qualsiasi narrazione, mi sembra più di strappare delle pagine a caso,  dal momento che il distacco è stato crudele e definitivo . Ci sedevamo lì alla tua  panchina  quando portavo la biancheria a lavare nella vicina lavanderia a gettoni, un appuntamento nuovo per me, una donna  che scavava  nelle proto cellule, che stanno ad indicare la prima cellula vivente,  fino al parto totale , parto di un unico ramo fior di ciliegio, tuo  figlio  Sacha,  parto di un prototipo senza pari, da non spartire con un tedioso marito che non  ne azzeccava una. “ Immagino che ne fossi innamorata…”

“Ero contenta, contenta di stare con lui, che avesse scelto me… davvero non so se sono stata mai innamorata”.

 “ Mi sa di no, altrimenti lo sapresti e basta!”.

 “ Mi piaceva farmi corteggiare.” rispondevi con calma eludendo il tasto amoroso senza imbellettature, da donna civile senza risentimenti, rara creatura che salvavi gli omuncoli per tenerezza, perché eri una mamma. Ci siamo prese da subito perché eravamo di un psicologismo  simile , uomini mancati che, da donne, dovevano assistere uomini senza la mamma.

“ Mio padre ha visto mia madre dai finestrini di un treno fermo in stazione a Stoccolma…  qualche minuto, a ben pensarci, tutta una vita, quella di mia sorella e la mia.  Ti rendi conto? Quei pochi minuti sono stati la nostra vita! Ha rincorso il treno per duecento chilometri…fino alla fermata.” La interrompo perché non ci posso credere. “ Fai un po’ tu, ma questa è la verità, mio padre era già sposato con tre figli , mi mostri la foto in bianco e nero dove vedo  una signora segaligna con al seguito tre figli di diversa altezza, dietro  tua madre, lineamenti dolci, con voi due, dopo il funerale di tuo padre. Avevi tre anni. Poi una vita che volevi stellata da incontri simili a quello dei tuoi,  non sarebbe stato possibile come tutta la tua  vertigine curiosa causata da traumi infantili che mi passava le viscere, così arcobaleno, trasparente ed estrema. Un  raro talento per la crudeltà verso te stessa, non lo sapevi, come io ignoro il mio di perché. O, forse, non fa una piega, travestirci per il nostro funerale da saltimbanchi conciati per quell’unico giorno a sorprendere tutti con le mani colme di cioccolatini. Al tuo  ridevi come una bimba.

Ti eri gettata giù da un ponte, a Stoccolma, ti avevano raccolto che eri uno straccetto in fin di vita.

Alcool e droghe varie, eliminavano tanti giovani a Stoccolma come in tante città del Nord portate a modello per la civiltà, a noi incivili partenopei che non avevamo un così alto numero di giovani suicidi, né una percentuale così alta di giovani drogati ed alcolizzati. Avrebbero dovuto farti la guardia ventiquattrore per domare il tuo toro selvaggio dalle narici frementi ma ti sarebbe convenuto?

 Ti prendeva a ridere come una bambina e di scatto aggiustavi il pantalone sulla gamba matta. Vista così, da fuori, non era poi così evidente, un incedere zoppicando che poteva avere anche chi soffre di calli. Mia madre asseriva con il suo tono dei momenti importanti che è assolutamente impossibile scrivere la verità su persone che sono ancora in vita, o sono in qualche modo coinvolte in quello che stai scrivendo: la addolcisci o non la scrivi….la verità. Erika è morta, a quarantotto anni  e posso scrivere la mia verità senza fingere. Doppiamente doloroso perché io non ti ho parlato di me  così come non ho parlato con nessuno al mondo,  con il mio buon fiuto che recalcitrava ad una confessione sincera, come buttare la spugna pressoché in stile “ non rivoltarmi come un pedalino, già non ne posso più di me, ci manchi anche te.”.

L’unica a confessare, e qui non ci sto, fosti tu,  come una bambina disambientata, ma l’altra, lo avvertivo a fior di pelle, avanzava , con stupide inezie, convinta di farla franca con me. Con me puoi fare il giro del mondo ma non prendermi per il culo, se non vuoi aprire la pagina e sfogliare il libro stai con te,  a me bastava ed avanzava la mia solitudine, il tuo inganno era davvero troppo!

Il confessionale vero ha una cassaforte provvista di chiave… non mi hai consegnato la tua vera combinazione. Io , di rimando, non ti ho raccontato la mia innocenza, che faceva male solo a me.

Dovevi andare a Marino per un piccolo intervento in Day Ospital, per un piccolo intervento al labbro superiore, ti accompagnai volentieri in macchina , era tutto a posto analisi, elettrocardiogramma, aspettai la barella che ti portava via semiaddormentata, ricordavo solo la tua gamba quando ti eri spogliata con disinvoltura, ventisei operazioni non suscitavano per te più niente, suppongo. Capii , gettando uno sguardo che non voleva essere curioso, ma istintivo sulla tua gamba che era un puro osso, dal ginocchio al piede anormalmente arcuato, ricoperto di pelle bruciata, senza traccia di muscolo. Capii anche il tuo dramma quando, quell’osso, ti dissero che doveva essere amputato.

Ricacciai  le lacrime che volevano  prendere la mira  sul tuo corpo ancora addormentato, guardavo l’ovale del viso con gli zigomi alti  e mi chiedevo fino a che punto quel sangue che ti tamponavo dal labbro era un dettaglio così simile al mio.

“Vuoi sapere che cosa mi piace esattamente di un uomo?” ricordavo le confidenze alla tua panchina.

“Non oso pensarlo…” ti  schernivo

“Il ginocchio! E’ una cosa che mi fa impazzire!”

“Il ginocchio? Cos’ ha di così eccitante?”.

“ Noi donne abbiamo il ginocchio rotondo, quando un uomo flette la gamba vedi che il suo ginocchio è quadrato, superiore al sexy del sexy!”.

”Veramente ricordavo un’amica a cui non piacevano gli uomini con le gambe corte…ho cercato di farci caso ed aveva ragione, ma l’arzigogolo del ginocchio quadrato, era una novità assoluta, da sola, avrei consumato invano una vita  per arrivare  nel cuore della cosa.”.

Era  la  tua gamba ad essersi sfracellata in un incidente, poi  il piccolo Sacha da allevare da sola.

Al Albano ti eri infilata in un brutto giro, in questa cittadina così schematica, così benpensante, dagli argini così limpidi ed algidi, con tanto di processione del Venerdì santo, come tutte le cittadine di provincia. Esiste un’età propria per morire? Per morire davvero? Per dimenticare in un baleno  tutto il contenuto della vita vissuta ? La morte vera la devi sperimentare per capire di che angoscia ed emozione è, capricciosamente fatta, a me era bastato un pacchetto di caramelle panna e lamponi che la vicina di letto con tumore al pancreas e diabete iperbolico, mi aveva lasciato sul comodino.

 Io, operata di  tumore al colon non riuscivo a mangiare e aspettando la morte certa come quella che colse Claudia di anni trettotto mia dirimpettaia, per far bella figura, sputavo nel tovagliolo di carta quello che mai avrei potuto inghiottire. Il pacchetto di caramelle viola con striscia dorata si stagliava sul bianco del copriletto, lo scartai con cautela assaporando  con la lingua l’inaspettato sapore che scomparve all’interno di me come una rara medicina. Presi la seconda caramella , poi la terza, fino alla decima ed ultima. Intuii  che non avrei più dovuto preoccuparmi per la mia vita e che  una caramella  avrebbe dovuto assurgere  alle soglie di Pietro ed essere Incoronata Santa Caramella  per avermi salvata. Pietra miliare e testata d’angolo:

“ Santa Caramella Panna e Lamponi dell’Isola Tiberina”. Erika non è stata salvata dalla caramella . Era troppo furba, già  distaccata, a meno che non si trattasse di suo figlio Sacha, per far finta che si trovasse bene dove stava e quel che stava vivendo. Il suo compagno deludente, avrebbe dovuto riconquistarla. Lei gli cucinava tortellini con panna per fare piatto unico con una malinconia svogliata. E lui continuava a non capire, non aveva  la minima idea su cosa pensare in proposito.

“ Si è suicidata!” mi piomba la sua voce cupa, stonata  a Piazza Pia.  Vuole fare il perbenista dal momento che si è occupato del funerale  ed  ha occupato il piccolo appartamento di Erika che  ora è di Sacha  perché il tribunale lo ha designato come erede, ma il compagno, ex poliziotto, ne fa quel che vuole. Non credo ad una sola parola di quello che mi propina in seguito e non vedo l’ora che se ne vada. Non lo conosco veramente , Erika diceva che i loro contrasti provenivano soprattutto sulla sua puntigliosità, dal fatto che non doveva eccedere come “donna” . Una  precisazione di cui non ho mai avuto alcun dubbio, dato il soggetto:  I punti di vista saltano  e le strutture mentali cambiano dove le cose dette tra me ed Erika e soprattutto quelle non dette, accumunate da una solida  un’armatura  morale, sono un percorso che mi riporta sempre lì… a Stoccolma dove danno il premio Nobel, intestato a quel signore cha ha inventato la  dinamite, lei lo sa e  ride come una bambina e gioca nelle vasche che d’estate si riempiono d’acqua  ed ingoia una polpetta di pesce  che lascia il sugo  sul suo mento rotondo salutandomi con la mano: “ a dopo” come se niente fosse successo. Non è successo niente, una cartolina non è arrivata, un accenno su Faceboock  non è partito ed un cruccio mi sfiora sovente: mi hai scelto perché avevo la macchina? E poi…quel tuo fuggir via è una busta sigillata che conosco fin troppo bene per questo la tua morte non ha veramente interrotto il nostro discorso…è  così?

Moby Dick


C’è in giro una terribile Moby Dick  umana senza coda di balena , tutto il resto sì, che solca le strade di tutti i paesi del mondo. Tipica donna di sesso femminile ( in genere, i maschi sono più “immaturi” : se la prendono con se stessi e si auto- analizzano) che vuol passare la sua mole
“come un difetto ghiandolare”. Apparentemente ilare, si arma di una serie di identità senza mai guardarle davvero in faccia perché se quella che vede riflessa dallo specchio è la carne della propria carne, non le resterebbe che involarsi per sempre verso il Limbo.
Un esemplare di siffatta portata, addirittura, si affaccia dal balcone del palazzo di fronte al nostro, allora oscurato da una stupenda magnolia secolare che superava il tetto a quattro piani, per mostrare la sua ciccia bianca nella quale affoga, per stendere, finalmente, al sole dato che la magnolia non esiste più, le sue mutande bianche fatte apposta per lei: non credo ad una Ditta tanto misericordiosa nel caso specifico per la fornitura di mutande a metri quadri.. Moby, come tutte le Moby allo stato brado di prima mattina, è bianca, melliflua, lattiginosa, sciatta e “superiore”, si esprime per piacere a tutti, nessuno escluso, con il cinguettio di una passera in amore, che amore non è.
Il suo compagno, fa’ tanto stile ex  partito comunista un compagno,  forse un “ compagno di merende”, lui è un esemplare di dubbia provenienza, sembrerebbe maschio, un tacito maschio cicisbeo ossequiente.
Ultimamente, però, non mi sembra tanto ben disposto quando stende i vari regipettoni e mutandoni. “ Ma che strilliiiii! Tira vento! Ti-ra-ven-tooo!”. Urla dal balcone, verso di lei  che stazza da osservatrice dentro la stanza , per centrare le mollette sui panni svolazzanti e riappropriarsi, per un attimo, della sua identità perduta.
“ Che glje frega sì strilla! Ci ha tre pensioni! Io sentirebbe lo strillo de’ Tarzan dalla mattina alla sera!”, dice la vicina che sa.” Paaaooolooo! Tirami fuori! Tirami fuori di quiii !”, è l’appello urgente e seccante di Moby che giace incastrata nella vasca che riesce a contenerla. Paolo scende a perdifiato le scale alla ricerca della donna delle scale, al primo piano, sa che da solo non ce la farà mai e poi mai a tirar fuori la quintalata e mezzo di Moby, nonostante la schiuma che dovrebbe fare da disincastrante e l’acqua che non è abbastanza per affogarla…La donna delle scale è restia, alla fine si lascia convincere perché è umana …ritorna fradicia e schifata dallo spettacolo di una cicciona che non copre le parti intime neanche con l’asciugamano che ha a portata di mano.” Che volgare!  Che schifo ! Un po’ di decenza!”.
Essere decenti equivarrebbe nel vocabolario ad essere conformi, o vicini, a una qualsiasi forma di decoro, Moby conosce unicamente il decoro dell’ipocrisia razionale verso questo, o quello, non ha alcuna importanza, per raggiungere l’agognata meta di forgiare, per chi ha la sfortuna di lambirla, il suo imperante “Io”. Ci è sempre riuscita, partendo dal margine per arrivare via, via, al sodo, con tutti, quasi tutti, i creduloni che le credevano, lei si prostrava, come una debole donna bisognosa di una qualsiasi forma di aiuto immateriale, il materiale era meglio
Aveva già sotterrato il primo marito, vedova, bisognosa di aiuto e difese e comprensione in tutti i campi, aveva tirato un bel sospiro di sollievo quando all’orizzonte si era profilato il Nulla, reincarnato in un ometto da forgiare, con le sue manine piccole e ciccione,  di nome Paolo.
Quando era impiegata, riusciva, strusciandosi a qualsiasi lembo, ad avanzare un centimetro che poi diventava un metro di pari passo con la sua ingordigia famelica che, nel corso degli anni, non curata seriamente da uno psicologo che avrebbe potuto, largamente, permettersi, è arrivata  a sessanta centimetri di raggio. La geometria non falla , quindi diametro per 3,14  sfioriamo i due
metri di circunnavigazione attorno al suo culo globoso. Forse due metri: ha importanza?
Il vero problema è che la magnifica magnolia su cui nidificavano centinaia di uccellini che trillavano appena spuntava  il sole regalandoci un’oasi insperata in una cittadina, le ha sempre dato problemi per via delle chilometriche stese di panni mai asciugati come voleva lei dato che “ ste schifose foglie stanno sempre a rompe!”.
Ci ha provato due anni fa, con il proprietario tontolone, a tagliare la magnolia.  Non ci è riuscita perché allora si era smosso anche il politico dei Verdi con la promessa…” ma ci mancherebbe altro! Come uccidere un elefante!”, di catastare tutte le piante secolari del territorio, con tanto di articolo sul giornale locale, e…” guai a chi oserà sfiorarle! Ci mancherebbe altro!”.
La balena bianca, mi hanno informato proprio le sue ventose, quelle che crede amiche intime, ha avuto un serio problema con un polmone.
Emmenomale che vuole tagliare solo una magnolia, proprio quella di fronte al suo balcone che le sta regalando il più prezioso dei doni: l’ossigeno.
Sarebbe indispensabile, per chi avesse il coraggio di penetrare quell’ottusa corazza, di informarla che solo gli alberi ci fanno vivere su questo pianeta e una come lei che ne ha più bisogno degli altri, doveva ringraziare l’angelo custode per averne messa una a sua totale disposizione davanti al balcone per aspirarle tutta l’anidride carbonica ed effluviarla con il suo benefico O.
Come tutte le Moby l’unico “O” che rientra nelle sue conoscenze non è altro che la sua boccuccia a cuore che distende a cerchio i muscoli della bocca per meglio ricevere i biscottini intinti nel Marsala con cui si strafoga.
Nessuna pietà per un albero molto più vecchio di lei, estraneo corpo da abbattere per la pulizia del suo balcone. Pensiero automatico ed ovvio per chi non legge di botanica, inesistente per chi non legge e basta. Ecco! L’albero le avrebbe potuto parlare della sua grande Storia, delle sinapsi che lo connettono agli altri alberi, come noi parliamo con i vicini, avrebbe potuto spiegarle che trema quando si avvicinano delle forbici stroncatrici, che la sua linfa percorre il tronco esattamente come in lei scorre il sangue, che ha trascorso tutti questi anni a sopportare, sobbalzando, il suo ritmico battere di ciabatte ogni due ore. Avrebbe voluto nascere in valli lontane, al sole e portare i pesi piuma dei nidi con grande letizia. Sfortunato, come il peggiore dei Congolesi, il suo seme si è fermato ed ha radicatodove, in un giorno di gran lutto, ha sentito la voce di Moby che prendeva in affitto la casa.,Nessuna pietà, da allora, per Ishmael.
Con il cuore in gola mi sono rivolta al primo cittadino che alle undici si recava presso il Comune.
“Ho già fatto l’istanza…” è stata la sua risposta a tanto accoramento. “ Ma un’istanza lei la può sempre revocare…venga con me,venga a vedere di che albero si tratta…è proprio qui dietro, a due passi. “Non posso revocare ed anche il tecnico ha dato l’approvazione!”. Il tecnico, non uno super-partes, un tecnico qualsiasi che, a pagamento, ha deciso.
“ Se non può revocare un’ordinanza, di cui doveva accertarsi e se dopo essersi accertato non può fare nulla , non so proprio quello che ci sta a fare qui!”
Nulla, siamo il nulla con le nostre preghiere poco convenienti.
La magnolia è stata tagliata, partendo dalla cima, a blocchi di circa un metro,il suo corpo tranciato di netto dalla sega, cascava pesantemente al suolo facendo vibrare il caseggiato, insieme al mio cuore. Avrei potuto commettere un omicidio all’istante, senza alcun rimorso, anzi, con vero piacere non solo all’istante ma per tutta l’Eternità.
Moby si gode il sole nuovo, oscurato dalla magnolia, chiama a gran voce Paolo e tutto il vicinato, orgogliosa di avercelo fatto sotto il naso, sapeva anche che il Verde era in Africa, sapeva tutto!
Quello che non sa, è che durante l’ultima guerra, a Napoli, i poveracci allevavano il maiale sopra un balcone per mancanza di spazio, per tecnica partenopea, fantasiosi e lungimiranti non tralasciavano alcun espediente per la sopravvivenza loro e quella del maiale. Come tutti i geni in arme commisero un errore qualificativo e significativo, degno di un ingegnere un po’ stronzo: il peso del maiale andava aumentando mentre le strutture per reggere il suo peso restavano uguali. Il maiale, con tutto il balcone si schiantò sul collo di un ufficiale Inglese che morì all’istante e fu ricordato per questa iperbolica morte. Moby aumenta di peso, stende i mutandoni al sole…finalmente! Il sole oscurato in parte dalla fastidiosa magnolia ormai defunta…un balcone finalmente arioso e pulito in cui,in un pomeriggio d’estate, potrebbe invitare il primo cittadino ed il tontolone…chissà che…

La mia comunità neocatecumenale


Dopo la morte di mia madre, ero talmente distrutta che avrei accettato un drago per colazione, fame compulsiva.” Lei”, a cui pensavo, con il viso inondato di lacrime, che mi aveva, incomprensibilmente, lasciato per sempre. Il nostro ultimo incontro era stato sottolineato dalla solenne promessa che, se fosse morta, certamente mi avrebbe comunicato dove si trovava , coordinate comprese e come era fatto l’aldilà. Era da anni dializzata e da anni si occupava dei problemi dei dializzati: aveva scritto una lunga lettera al settimanale “Gente” che fu pubblicata, purtroppo non ne conservo copia. Mia amica di lunghe notti in cui parlavamo fino all’alba, le piaceva ricordare il periodo partigiano, quando faceva la staffetta e fu arrestata sul lago di Como, un mese di carcere e l’attestato del Corpo Volontari Della Libertà battuto a macchina Olivetti in rosso e blu, che la definiva benemerita del 4° esercito di Liberazione senza aver percepito alcun premio, fu la sua ricompensa. Questo documento ingiallito lo conservo gelosamente tra le cose più care, mi è  testimone delle origini quando l’incertezza, la timidezza cronica, il saccente predominio dei cattedratici mi assale. “ Ricordati chi sei!”, dice, nel film,Mufasa al giovane Simba: “Ricordati chi sei!”. Il che equivale, in età adulta, ricercata e sfrondata a forza, da quell’essersi incartapecorita per tutti gli imbecilli incontrati, la lontana risonanza: signori si nasce!

Mio padre, arriva sempre secondo, i suoi antenati facevano le bizze: da cavalieri di ventura, con tanto di araldica in cui era raffigurato un falco rampante con sfondo uno scudo, ad armatori di navi che trasportavano frutta per l’Inghilterra. Mio padre, era nato a Farfa nel Lazio ma, in sostanza  era diGenova Pegli, nella cui villa, operose, una cuoca e due cameriere, studiava dagli Escolopi per prepararsi alla futura classe dirigente di Genova. Suo nonno era il primo ministro degli Esteri al governo Giolitti, un tale Tommaso Tittoni di cui sono la pronipote. Una volta, raccontava mio padre, l’Inghilterra non potendo  pagare un carico di frutta, mandò uno stupendo cavallo da corsa, per le loro scuderie. Perché mi compiaccio così inaspettatamente di queste origini che ignora anche la mia migliore amica? Ecco!  Spogliata per decenni della mia vera identità, durante i quali ho intrapreso lavori dissimili, dal progettare tombe per il cimitero di Velletri, alla lavanderia Industriale, il primo libro di poesie pubblicato , dallo scrivere per un decennio per la ‘Rizzoli’ ed incontrare Moravia, sonora lezione di vita, al Cico Bar di Sabaudia, a fare la spazzina, riprendo le redini di un discorso eccitante dal momento che tutti questi “normali perfettucci”, mi stanno usurando. Ho un gran debole per  le cose del Mondo.

Lo sapeva certamente mia madre perché dopo la sua morte, accadde un fatto inspiegabile, uno di quegli accadimenti che ti rovesciano certezze vecchi di decenni.

Mi imbatto in una figura di uomo, che frena il suo macchinone e si dirige, in pieno Corso di Albano, verso di me, non verso una qualsiasi altra persona : cercava me. Era di ritorno dal paesello in Puglia di padre pio e si era dovuto fermare perché mi aveva visto, era inquietante per lui ma aveva  dovuto farlo. Ebbi un giramento di testa e capii che l’effluvio di strani odori doveva provenire da mia madre e dalla sua promessa. Quell’uomo era lì per me ed io ero lì perché potesse incontrarmi dal momento che, senza  un perché, avevo preso un’altra strada invece della solita che conduceva a casa. Secondo lo sconosciuto avrei dovuto recarmi a Pavona una frazione di Albano dove stava sorgendo la quartacomunità neocatecumanale, secondo lui, era la cosa più ovvia al mondo. Ebbi poco tempo per rodermi il cervello perché l’appuntamento era da lì all’indomani sera alle nove alla chiesa di San Giuseppe. Ci arrivai a fari spenti, come mi fecero notare i miei futuri fratelli: avevo percorso tre chilometri per la Via del Mare a fari spenti. Mi accolse Adriano capo della prima comunità neocatecumenale.

“Da neofita , chissà che non diventi intelligente anch’io!”. Fu il mio saluto, per quella serata che capovolgeva i mie brogli mentali,  ad Adriano.

C’ero entrata dentro fino al collo, anzi annegai nella comunità, trascinando nella mia nuova, assoluta certezza chiunque mi fosse vicino. “ Non sei padrone neanche di un tuo capello!” amavo ripetere, copiando Adriano, a chi mi prendeva in giro per quell’inaspettata svolta che avevo, fermamente, datoalla mia vita. “ Se vuole, può toglierti tutto il tempo che credi di avere…”. avvertivo .

Riunioni spirituali di tre giorni passati nell’assoluta, interiore, contemplazione e spiegazione ad alta voce un versetto biblico, il giro di esperienze in cui raccontavi ai fratelli quello che non avresti raccontato neanche a te stesso, il rito ebraico del battesimo dopo tre giorni di digiuno autentico, la notte precedente la Pasqua. Poi le agapi, gli incontri con la tua comunità e gli incontri con tutte le altre,in un giro vorticoso che neanche in un seminario è attuabile. Paolo secondo, raffinato prete, aveva compreso la grandezza di questo girotondo anche se le sue origini erano ebraiche, ma non aveva egli stesso reclamato “cugini” i fratelli ebraici? Aveva capito la potenzialità di un movimento che non costava nulla alla chiesa, anzi portava forze fresche ed entusiaste cariche di figli e figlie come Cristo comanda, mentre gli ecclesiastici erano a corto di vocazioni per mancanza di idee e di figli, suppongo.Così accolse nella chiesa le comunità, come fece con Maria Teresa di Calcutta.

Schweitzer, che in Africa costruì vari ospedali, abbracciando, baciando e consolando i piccoli lebbrosi non era l’ideale per la tifoseria cattolica: era felicemente sposato, con figli. Santo No, la sua “parrocchia” non era nel registro delle santità cristiane . Ahinoi!

I miei fratelli di comunità avevano tutti una Croce, tutti noi abbiamo una croce normale o più grande per la nostra misura di sopportazione umana. Erano persone provate da traumi come il mio, o da altri accadimenti umani. Si rifugiavano in pensiero COMUNE, come se fosse l’unico pensiero GIUSTO: arrivai, per il mio solito ficcanasare all’epopea di Gilgamsh, epopea di cinquemila anni precedente aifatti biblici, narrati tali e quali alla Bibbia, crocefissione e Diluvio compreso, addirittura l’epopea era la copia di una copia…nel Crizia  si recita: “ O Solone , Solone quanto è piccina la Vostra Storia, in confronto all’immenso passato umano!”.

Smaniosa di sapere perlustravo altri territori che alla fin  fine mi presentarono lo squallido prolasso di una qualsiasi religione, compresa la mia. “ Se vuole, può prenderti tutto il tempo che credi di avere…”. Certamente lo può fare ma … è un misericordioso o un minaccioso questo padre mio? Sono fatta a sua immagine e simiglianza, potrei minacciare mio figlio? Forse sì, nella dimensione umana , ma lo farei a casaccio, in un momento d’ira…Non commetterei mai lo sbaglio della chiesa di amare a prioriqualcuno che non risponda per niente al mio modo di essere ed ai miei interessi, lo amerei o lo stimerei se mi piace. E se non dovessi provare alcuno di questi sentimenti, lo rispetterei e basta.

In un baleno ho attraversato mentalmente tutte le segrete, infide nicchie che mi tenevano prigioniera da quasi tre anni. Ad ogni Altare, nel mondo, si stanno celebrando messe aperte a clienti di qualsiasi tipo prima dell’orario di lavoro, tre o quattro persone a rompere l’incantesimo del Corpo di Cristo che si faCarne Viva: tre o quattro stranieri dell’Est che hanno perduto la battaglia sindacale con questi preti senza verve ed una panza che ti lascia allibito

Alla  Rivoluzione cristiana nata nei poveri sobborghi di Madrid ideata da Kiko Arguello e Carmen Hernandez intorno agli anni sessanta o bastava solo l’intenzione di rilanciare di tabernacolo in tabernacolo l’evangelizzazione in Europa o lasciare per strada una scia fedita fatta di arrivismo, potere, latrocinio, corruzione. La Chiesa, in ermellino,ha scelto il potere materiale, il tabernacolo è fuori moda,ad Albano il prete che insegna alla Cattololica di Roma viaggia in BMW e compra “Playboy” per tenersi aggiornato, come dice lui. Dio si rivolterebbe dalla tomba, è biblico che non c’è là, ma se la possedesse scapperebbe a gambe levate di fronte a questo zoo. Ci propinano una bontà che è insita nei nostri cuori, come nel Dna, hanno aperto bottega di cristianesimo, di islamismo, induismo, buddismo, ( di ismi e di asmi) soffocandoci, sin dalla nascita, con i loro miasmi. Ne hanno scandito, con false note, le tappe adolescenziali, delle scelte, fino alla morte. I creduloni mettono la loro vita in queste mani sozze per mancanza di immaginazione, per il lavaggio del cervello di genitori e simili, o non hanno ancora inaugurato la propria vita, che niente ha a che fare con religioni e con politici. La superba vita umana, animale e vegetale niente ha a che fare con questi falsi mentori che scimmiottano , reclamandolo come “unico” il loro, personale dio. O ne è nato uno per tutti, per la Creazione in toto, o quello che chiamano “dio” altro non è che una obsoleta, chimera umana, perpetrata da caste di padre in figlio, a cui appellarsi in caso di bisogno, per alleviare o , addirittura, cancellare , assolverti da un peccato che un altro uomo può soltanto registrare, ma non alleviare o cancellare, o, aumentare il potere nei confronti degli sciocchi.

Scioglierti da ogni dubbio sul peccato commesso, questo lo può solo la tua coscienza, solo Lei.

Cominciai a considerarla un’aggressione mentale questa mia comunità, uno stagno in cui potevi nuotare fino alla riva senza mai volare. Nessun parere personale…un “io, che contava zero.

Figuriamoci mia madre, scrittrice, liberale e curiosa avrebbe scardinato in un nano secondo questaforma di insincerità!

Con molta pazienza mi aveva guidata fino alla conoscenza durata tre anni issandomi da star sul palco  del teatro, non da spettatrice  passiva, ma cronista  di una storia perché potessi toccare con mano sicura il suo messaggio. Grazie.

Baby


Le gambe arcuate da giocatore,  fisico asciutto , una naturale simpatia che ti coinvolgeva a prima ed ultima vista “alla Nabokov”, capelli bianchi, lunghi, lisci, occhi nascosti da occhiali neri , sempre elegante in nero. Baby apparteneva alla persona a cui era sfuggito qualcosa.

Nel bar di Piazza Pia,  si incaponiva con il cinesino che era dentro i videopoker, quel cinesino che non saltava fuori al momento giusto per dargli il meritato “ pokerissimo”.

Nostro figlio ne era affascinato e suo padre lo issava su uno sgabello , alle spalle di Baby, perché potesse seguirlo nelle sue partite parlate ad alta voce con il cinesino che, assurdamente, non gli dava , ostilmente, risposte: essendo, per lui, un cinesino maleducatissimo.

Questo dava a noi il tempo di giocare in santa pace e concentrarci sulle varie uscite del videopoker. Giocavamo solo per divertirci, con la minima puntata, andavamo avanti per ore  come Baby, solo che lui raddoppiava forte, come una sfida senza divertimento, un prodotto del tempo  che, per lui, era spostato un tantino più in la. Dove? Ecchettifrega! se sei uno come Baby. Nella cometa della  ricchezza infinita, quella dei fantastiglioni, dei ricchi e  straricchi per davvero. Era la sua unica meta. La vita lo aveva fregato e doveva rifarsi.

Fluente e confidenziale continuava a parlare con il cinesino  con le sue solide sicurezze circa l’eventuale vincita…e nostro figlio adorava Baby. A pranzo, continuava a parlare del cinesino e del signore con i jeans da ragazzo nel  bar, come una persona magnifica  e strafottente ed armoniosa, in sincronia con i suoi voli di bimbo.-

Si capiva dal fisico di Baby,  ancora prestante che, tanti ani prima doveva esser stato notevole per  quell’armonia di muoversi, come avesse un bilanciere, che conservava intatta.

La VITA con  Baby , si era scatenata esultante e struggente. Sete di allungarsi  in altri luoghi, persone,  e giochi, alla ricerca della pozione magica che solo il sesso non poteva dare. Giurava a se stesso  che sarebbe diventato “normale”. Basta ! Perdio! Basta! Questa è l’ultima puntata! E’ l’ultima volta che gioco!

.Le pareti foderate di muschio verde,catapultato  nell’Oceano Indiano .

Luci ambrate e sfrontatezza, stracotto di soldi e benessere…. un tempo lontano.: il tarlo peloso della vecchiaia era avvolto e transennato: ,tanto se ne sarebbe parlato dopo un quarto di secolo, almeno e soltanto cinque minuti prima della sua morte, solo allora sarebbe diventato “ davvero” vecchio.

Quando Baby giocava  ai videopoker impugnava la vita per tirarla fuori dalla  sua custodia personale di  una  mezzanotte buia  per farla brillare e brillare…

Dal giorno  In  cui si rese conto che doveva lavorare anche  come muratore . Per togliersi da quel purgatorio, per allontanarlo da se .. forse poteva riportare le sue sensazioni  al riparo di un bosco ombroso e ricco di frutti come quando era ricco e non sapeva quanto lo fosse.

A cena i suoi due  figli maschi mangiavano con una ingordigia famelica.

Sua moglie, nella confusione generale della sua vita, era diventata  una posta senza francobollo .   La voleva? Non la voleva più e più, per davvero?

Dal momento che, non era tanto realista, non aveva capito l’accoppiata perdente della moglie più figli, magari quelli non si perdono mai fin che ne hanno bisogno; i figli, all’occorrenza, vengono al tuo funerale perché di te vogliono ricordare solo quello che a loro fa comodo ed il tuo funerale magari gli fa molto comodo, un’accoppiata micidiale se si accoppiano per non volerti salvare da te stesso.

L’errore di turno: “tornerà tutto come prima”,  non ricreò la sua immagine a somiglianza di uomo ricco con villa e piscina…gli era andata buca. La moglie non voleva più ballare la solita solfa.

Il grande magazzino di elettrodomestici che aveva fatto la sua fortuna divenne la sua sfortuna . I soldi facili divennero il purgatorio terreno ed ,inesorabilmente, lo portarono a …BABY!

Baby che fa il muratore , che aveva una piscina ed ora gli piove in cucina!

Baby che è un solista in poesia e solo dalla sua voce te ne puoi accorgere.

Baby, solo con un po’ di vino e troppe sigarette  ripara gli esami a Settembre.

Baby vittima di una vanità giovanile.

Baby che si ammala e non crede più nella Primavera.

Baby che deve risorgere come Lazzaro.

Lei era bionda, bella, sembrava fatta di Sole.

La sua Resurrezione.

La meta agognata era  in Australia.

Partire e partire senza valige per un mondo lontano con solo il bagaglio a mano del cocktail dei loro cuori fusi con l’AMORE.

Baby, nella vita, sin dalla primissima infanzia, aveva un problema con i ragni.

Aracnofobia, era ed è il termine scientifico per questa psicosi. Ti può prendere in modo lieve , per cui puoi vivere, suppergiù, come una persona  normale.

Baby no. Doveva passare una notte intera alla ricerca del ragno perduto. Non poteva chiuder occhio se non lo aveva stanato, inondava la camera con micidiale insetticida.

Sentiva sulla sua pelle le zampette del ragno ed  era, addirittura, ossessionato da una semplice, perfetta ragnatela che avrebbe potuto avvilupparlo. Ne era terrorizzato al punto di avere un attacco di panico in cui la sua mente rimaneva paralizzata.

La cura gli era ignota, eppure, con uno sforzo di volontà,  avrebbe potuto uscire da quell’incubo.

“Capire” che  un ragno è un essere timido ed innocuo, che si nasconde ed ha paura lui… giustamente, dell’uomo. Sarebbe bastato un Analista, ora che lo sa, potrebbe fare il superbo sforzo per tutti gli aracnofobi come lui, ce ne sono tanti, più di quanto si possa immaginare. Forse Baby potrebbe partire per una nuova meta, forse la più utile nella sua vita.

Forse…dipende da BABY!

L’Australia era piena di ragni di tutte le razze.

Era il regno dei ragni.

Immaginava con orrore l’invisibile filo di bava che scendeva dal soffitto a cui era attaccato un ragno che lambiva il suo viso di bimbo.

No, Non poteva partire.

La vogliamo mettere cosi? Epperchè  no?

Baby la mette così!

Potrebbe saldare davvero il conto…

Lasciando dietro il suo amore biondo e l’Australia.

Fan culo i ragni!

Ingegneri dei giochi


Le sere d’estate erano perfette per giocare a nascondino: facendo finta di contare correttamente con le dita a ventaglio sugli occhi aperti  che , per regola, dovevano essere chiusi , a metà filastrocca di numeri che sciorinavamo velocemente, eravamo  appostati per scovare il primo dei tonti, lo sapevamo già chi era il predestinato, eccome non saperlo in quella sequela felice di accadimenti che ci regalava LA STRADA!?

Casa, scuola di vita, catechismo, parentele, mamme , nonne, zie, amori, sogni..tutto passava per la strada. Senza porte, portoni usci sprangati, era tutto là alla luce del caldo sole di giugno, quando iniziavano le vacanze scolastiche. La casa più sgangherata era la nostra casa preferita: raggiungibile direttamente dalla strada, naturalmente i signori risiedevano ai piani alti,  la casa dove abitavano monelli che per noi erano degli autentici Dei: intoccabili  perché incredibilmente  furbi e destri che potevano di tutto nei giochi inventati e da ingegneri del gioco… ai nostri occhi innocenti quei bambini del sud, erano di un’innocenza più scaltra, da imitare e surclassare.  Nessuno di noi osava sfidarli, ancora legati all’educazione, al corso di catechismo. Ci invitavano  nelle due stanze intatte attaccate a quelle sbriciolate dai bombardamenti dell’ultima guerra, ci offrivano fusaie e la casa , per loro, era la Reggia di Caserta! Era veramente sgarruppata la loro casa …una madre pingue e bonacciona ci sorrideva sempre, vedendoci entrare,  con la sua faccia di luna buona…come una terra fertile concimata da un super calore materno che si spandeva nell’anima e ti sentivi avvolto in quegli occhi come in un mare caldo ed ospitale..Aveva sette figli … si chiamava  Assunta Cavallaro di Reggio Caserta, o dintorni, la frazione che lei diceva era un nome irricordabile per un bambino,:così rimase, per noi , “Sunta di Caserta”.

Il marito l’aveva abbandonata per una scema dell’epoca, lo avevo visto vendere cocomeri a fette, dieci lire a fetta, in piazza Mazzini, vicino alla fontana di Velletri. Quel lavoro, allora, lo facevano i disperati o quelli che uscivano di galera . La sua faccia non mi fece una buona impressione, mentre lo spiavo con curiosità da dietro la siepe del monumento ai Caduti: il suo naso grande e rosso, il corpo ossuto, mi sembrava già un trapassato , mi chiedevo come avesse potuto abbandonare Sunta e tutti i figli con i loro sogni ancora infantili come non sanno fare gli uccelli…  prima gli insegnano a volare.

Mia madre non voleva che li frequentassi, non perché fossero del sud, la cosa non la sfiorava, ma per il fatto  che erano sporchi, non dello sporco di un bambino un po’ trasandato ma di uno sporco che mi attaccò i primi pidocchi. Anche se continuo a sentir dire che i pidocchi li puoi trovare sulle teste più pulite, forse mia madre la sapeva più lunga…

“ Te lo avevo detto!” diceva lei esplorando la mia testa e quando prendeva un grosso pidocchio mi allentava uno scappellotto che non faceva male. “ Ecco! Questo è un altro!”. Giù un altro scappellotto perché mi rimanesse bene impresso nella mente , per gli anni a venire, di seguire i suoi moniti. La cosa finì con la mia testa rasata, i miei fratelli che dovevano stare alla larga, lenzuola bollite, petrolio ed aceto in abbondanza.

 Quella mia superficialità giovanile fu un ricordo indelebile di come una madre ti possa indirizzare nella vita con pugno di ferro in guanti di velluto.

Naturalmente continuai a frequentare i ragazzini del sud, tenendomi però a distanza di sicurezza, non volevo proprio fare la figura della vigliacca…ma non volevo nuovi pidocchi!

Sparirono da una settimana all’altra senza traccia, volatilizzati…seppi in seguito che erano tornati  a Caserta, io ne rimasi  dispiaciuta, mia madre tirò un sospiro di sollievo

. Da allora, senza loro, divenni la leader del gruppo di sant’Arcangelo, in diretta competizione con i ragazzini del Montone: così detto per un innalzamento a collina di un terreno circondato da case. Ho poi rivisto quel luogo e le mie nuove proporzioni si chiedevano perché mai quel nome altisonante per quello che era soltanto un montarozzo.

 Beata prima giovinezza, prezioso scrigno di arditezze, quando tutto il nostro piccolo universo intorno parlava di sentimenti sicuri, come le false sberle di mia madre.

Non immaginavamo neanche il senso della morte.

Vidi una vecchia con un fazzoletto bianco stretto da sotto al collo fino al un fiocco sulla testa per chiuderle le mascelle, così mi dissero: era la nonna di un amichetto che stava stesa , tutta vestita di nero su un lenzuolo bianchissimo, ai quattro lati ardevano dei ceri più alti di me. Tra le mani le avevano messo un rosario ed io non capivo bene  a cosa potesse servirle, non avevo capito bene, anche se fosse morta per davvero: a parte qualche animale, che “doveva” morire per procurarci il cibo, non avevo mai visto un morto-umano , mi avvicinai per toccarla e sentii che il suo corpo aveva la consistenza del marmo, le mani avevano il colore dei ceri,.

Tanta gente che piangeva, che parlava sottovoce , quei ceri assurdi, la gente contrita: era tutto sospeso in una atmosfera irreale di angosciosa tragicità. Il mio amichetto tirava su con il naso mentre con la mano impiastricciava la faccia di lacrime: lui doveva saperne più di me sulla morte, sua nonna era morta e lui sapeva che non l’avrebbe più rivista..

“ Ne sei certo? Gli chiesi. Mi guardò con uno sguardo che sfiorava l’odio.

Eppure ero certa che quella “cosa” sul lenzuolo bianchissimo non poteva essere sua nonna, mi sembrava di essere in un altro mondo più complesso ed orroroso.

 Perché  mostrare a quel modo:, quella rigidità eccessiva così totalmente diversa dai nostri giochi, dalla nostra affettività serena che niente aveva a che fare con quella grave nonna mummificata, quasi volgare, con quel ridicolo fiocco bianco sulla testa, che ci stava davanti.? Mi sembrava uno scherzo di carnevale e lei, di sicuro, sarebbe saltata su con un oplà! Vi siete divertiti? Adesso torniamo a noi!..

Perché mostrare a suo nipote quel rigido corpo senza vita…che senso aveva immettere in un bimbo, un esito così diverso dalla vita, proprio nel momento in cui stava prendendo la forza ed il coraggio per affrontarla? Mi sembrò un grande sgarbo anche nei miei riguardi.

Non volli più saperne di persone morte, ero affondata in un incubo per poche manciate di minuti. La parte razionale di me mi parlava di completa ignoranza circa la morte e quello che avevo visto doveva essere una usanza poco praticata da esseri completamente incivili dato che, sapevo di per certo, che gli indiani d’America costruivano, per i loro morti, un letto sorretto da pali che fosse il più possibile vicino al cielo, vi adagiavano il defunto vestito dei suoi piumaggi , tornavano nel villaggio e lì ballavano e cantavano ricordando tutte le prodezze del defunto per una settimana :dopo il silenzio totale perché il mancante era nelle esperte braccia di Manitù che avrebbe pensato, in modo illuminato, al resto…

Il gioco della “campana” era un altro spasso, soprattutto tra bambine, ma qualche maschietto disinvolto si univa a noi.

La campana aveva due versioni, la più semplice consisteva nel disegnare per terra un rettangolo  di circa due metri per un metro, i due metri, venivano divisi al centro così da ricavare dieci rettangoli da quaranta centimetri, al che noi bambini più destri , cercavamo un sasso pesante e piatto: quello che agevolmente sarebbe arrivato all’ultimo rettangolo, a circa due metri, Tutto era semplice, iniziando il gioco della campana fino ai primi tre rettangoli: bastava centrare il primo quadrato con il sasso piatto entrare nella campana, raccogliere il sasso nel primo riquadro e proseguire facendo attenzione a mettere i piedi nei rettangoli a seguire: se toccavi una linea venivi squalificato. Non succedeva quasi mai in questo semplice, primo passaggio di riscaldamento. Il secondo era una ripetizione del primo ma…con una gamba sola. Il terzo, il più difficili si faceva ad occhi chiusi inutile dire che la giocatrice era seguita a vista e lo sapeva, così teneva gli occhi ben strizzati anche quando si abbassava a prendere il sasso perché le altre giocatrici erano lunghe per terra con gli occhi fissi alla faccia della partecipante.

 Si giocava nella piazzetta “del Montone” fino a notte, i muri grigi, sotto la flebile luce dei lampioni ricreavano il loro materiale e sembravano nuovi di zecca, le donne sedute  sulle sedie di paglia, con un occhio intento a noi e l’altro al lavoro di cucito o di sferruzzamento non avevano una ruga.

Tutto filava liscio e leggero nelle notti di Velletri: intenti a creare, a divenire…a preservare.

Divenni capo della squadra di Sant’Arcangelo per un caso fortuito.  C’erano state abbondanti piovaschi e dietro le scuole medie si era formata una specie di piscina. Ingegneri dei giochi, avevamo costruito una zattera con le palanche dei muratori di un vicino cantiere: andavamo su e giù

aiutandoci con un lungo bastone , come fossimo sul Canal Grande. Era divertentissimo! Non aspettavamo che la campanella di fine scuola per raggiungere quel luogo eletto dove eravamo pirati, corsari, padroni della fantasia.

Ci fu un banale diverbio tra mio fratello ed il capo del Montone, parlottarono un po’ : quello si voltò assestando” il colpo del coniglio” sulla mascella di mio fratello che svenne. Non ci vidi più  mi diressi come la Furia in persona sul capo del Montone   !

 … credevo che mio fratello fosse morto,  assestai una scarica di brevi pugni, in rapida successione diretti alla figura, al volto…lo volevo morto!

Il mio diretto avversario della squadra del Montone si chiamava Trenta Luciano , un ragazzino moro e dinamico:, lui non se l’aspettava da una ragazzina, cadde nella pozza cercando di tirar dentro anche me, gli schiacciai la mano con tutta la forza che avevo. Ricadde indietro nella acqua fangosa. Ero talmente fuori di me che pensavo solo a far giustizia per mio fratello…che resuscitò ed insieme ad altri ragazzini cercarono di calmarmi perché io aspettavo, incitandolo a gran voce dalla riva, a venir fuori di lì vigliacco che non era altro!

Non uscì dalla pozza e questo accadimento fece il giro del quartiere di sant’Arcangelo, vicino alle carceri ed al Comune. Fece bene perché nel frattempo ero andata a casa, a due piedi dal luogo del fattaccio,  avevo preso la fionda con una grossa breccola per centrarlo in piena fronte!

Dopo sei mesi eravamo diventati grandi amici, nel senso che lui si riteneva un mio grande amico: cinquanta anni fa essere del Nord era cosa inedita per Velletri! Poi…una che se la cavava a cazzotti! Modestia a parte.

Una sera d’inverno, portavo il cappotto, Luciano, inaspettatamente , venne nel “mio regno. Salì sul muricciolo adiacente alla chiesa di sant’Arcangelo e guardandomi negli occhi, con uno strano sguardo da adulto  mi disse:”quassù io comando!”.

Quassù io comando!

Era il mio regno, come si permetteva?
Qualcosa di flebile e dolce si fece strada nella bimba di undici anni…

Voleva essere il mio ragazzo! Aveva tredici anni e il testosterone si affacciava nel suo corpo…ed aveva scelto me!

Purtroppo la sua ambizione  che mi diede un brivido inedito aumentando la mia autostima, non ebbe risposta nel mio progesterone inadatto a qualsiasi prova che non fosse stata salire per primi su un albero fare a cazzotti o nuotare controcorrente!

La nostra amicizia durò poco, perché avevamo inventato, sulla traccia degli Indiani d’America, i giuramenti di sangue. Facevamo con la lametta da barba gettata dai padri un segno sul polso con cui condividevamo l’altro sangue sul polso dell’accolito. Inutile dire che la banda del Montone e quella si sant’Arcangelo si erano riunite per combattere “i nuovi”, laggiù fuori Porta Napoletana…più agguerriti, estranei ai nostri giochi, invadenti e  cattivi purtroppo, allora,  calabresi purosangue. Quando mia madre si accorse dei miei giuramenti me ne diede tante da lasciarmi lunga nel letto, non fu un benevolo avvertimento come per i pidocchi! Proprio no!

Ripresi i miei giochi di prima per stare alla larga da altri guai.

La carriola con i primi cuscinetti a sfera che ci portava direttamente dal Comune  alla piazzola antistante le suore della Neve! Che fatica per costruirla ma che soddisfazione manovrarla con le due corde intrecciate all’asse principale che supportava il cuscinetto più grande, la piattaforma di assi era per il passeggero, dietro un’altro bastone parallelo reggeva due cuscinetti più piccoli…senza freni, era il nostro veicolo impareggiabile!

Giocavamo a “ battimuro”, a “ sottomuro” con i tappi ben schiacciati delle bibite: la stella della san pellegrino era la preferita e valeva molto più delle altre. Si giocava a corda, cominciando da un semplice olì. Olì. Olà: due ragazzine giravano la corda contando in contemporanea i tuoi  salti, inutile dire che , quando sbagliavi, entrava un’altra concorrente. Anche lì il gioco non era perfettamente leale perché se una delle ragazzine che facevano girare la corda, voleva entrare in gioco, girava la corda in modo maldestro in apparenza… era tutto calcolato al millimetro! Quante volte ho troncato il gioco perché mi faceva male la spalla od ero semplicemente stufa!

Questo gioco raggiungeva il corollario con “ i tre piani ed i dodici forti!

I tre piani erano tre semplici mandate di corda a ritmo regolare…poi La corda si tendeva all’inverosimile per far seguire una staffilata girata così velocemente che sole poche ragazze riuscivano a completare il gioco. Il Pathos era nella doppia corda: per atlete, inutile dirlo, il mio preferito.

Non era semplice trovare due ragazze che sapessero mandare in contemporanea due corde della stessa lunghezza : quando si trovavano era una pacchia: bisognava entrare dall’esterno mentre le due corde che si susseguivano erano in funzione ed era importantissima la frazione di secondo in cui entrare     : determinante perché le corde, oltre a farti un po’ male, si sarebbero fermate contro il tuo corpo. Se riuscivi ad entrare dovevi saltare alla velocità della luce a destra e sinistra nel piccolo spazio che lasciavano le due corde sul terreno….odore di polvere, di sudore, di infanzia gioiosa!

Qualcuna di voi lo ricorderà sicuramente, che materiale didattico!

A “salta la luna” “riecchime”, si assestava il più robusto e poi tutti sopra!

Fino a che l’ammasso dei corpi poteva essere sopportato. A palline, a spacca palline, quelle biglie colorate che sono ancora oggetto di magia.

A tamburello dove qualche maschio si intrometteva facendo diventare, il pacifico rimabalzare della pallina da un tamburello all’alto in  un gioco di ping pong  per arrivare allo stile tennis   !”A nizza e bastone”, troppo complicato da spiegare ai non addetti ai lavori.

Ad “uno salta la luna! …un ragazzino si poneva a testa in giù facendo della sua schiena una presa di appoggio per scavalcarlo a gambe aperte…

.Peripezie scordate  quando il bambino che è in noi diventa disperato, scordato in una gabbia nella più crudele delle gabbie umane:

un’infanzia triste, senza  uccelli che vogliano cantare o il sole che si rifiuti di brillare e la miseria che diventa un fiume senza compagno.

Naturalmente questi ricordi mi suggeriscono un’analisi sulla popolazione giovanile attuale che preferisco non fare .

Il consumismo ha alterato dalla base” la lievità dell’essere” del crescere e confrontarsi con il mondo reale. Le scazzottate, i ritmi naturali, non pappagalleschi, ci forgiavano individualmente, regalandoci la capacità di intendere e di volere nell’età delle decisioni : eppure sbagliavamo anche lì, frenati dal nostro costume naturale, da genitori che ci volevano a loro immagine e somiglianza…si sbagliava ed  i disagi erano tanti, prigionieri di ombre senza identità, ma con grandi catene che ci rendevano un po’ matti .Ritrovare il nostro bambino, far brillare nuovamente la sua stella, la voglia di mostrare le scarpe nuove brillanti come gli ottoni di Harlem! Il vento in poppa, la luna come solo la luna sa dare l’essenza quando i bambini sono addormentati!

 Lasciando indietro la monotona traccia degli ex padroni del nostro circo, la festa è finita e non sento più le sue parole e faccio orecchie da mercante.

Il messaggio mi trova nuda  nel primo sole quando l’erba accarezza l’erba …strepitosa mattina di primavera!

.Difficile, allora, stare in un posto che non fosse LA STRADA ,  un” on de road”  permanente, di fucine,di casa in casa, di pane e marmellata, di pane  olio e sale , di sintesi all’introduzione alla” età così detta  “adulta”  a quello che non sarebbe stato più..un semplice gioco, ma lo straordinario evolversi di  tutto quell’enorme materiale giocoso accumulato per tanti anni tra risa e pianti , che avrebbe preso la forma, occupata dalla nostra forma esteriore  e visiva del nostro corpo …

NOI…adulti per caso. Eterni ingegneri dei giochi!

Per i vicoli di Albano


Giovani,  spensierati ci piaceva costruire castelli in aria, i sogni nel cassetto erano u’antica riserva da tirar fuori nei momenti di depressione…

Trasformavamo questa valle di lacrime e nano-particelle nel più fulgido dei prati scoppianti di margherite ed altre fragranze…respiravamo, a pieni polmoni, tutto l’ossigeno di Einstein, propagato da miliardi di soli da lui sparsi, a caso, come miliardi di dadi, solo per noi, per il nostro gioco infinito, non contaminato dai giochi assurdi dei politici, adulti, annoiati, già contaminati dall’ossido di carbonio. Non costruivamo, perché il tutto ci veniva intorno a nostra insaputa: volevamo un mondo più giusto, bello, verde…

Incontravamo, per caso, le persone adatte che ci attiravano con i loro salubri odori…Li seguivamo a fiuto con letizia.

 Salvatore Ekinokos, anima candida, che predicava la fratellanza, l’uguaglianza….moderno Robespierre che fu fatto fuori fisicamente, voce di popolo, all’ospedale di Albano, al C.T.O. perché patrono delle classi indigenti, non istruite, difensore che aleggiava sul basso con ali di farfalla per salire poi in alto, ed ancora più in alto sino all’allora sindaco del comune di Ariccia … a cui dava molto fastidio questo uomo alto, di bell’aspetto che, invece di seguire la sorte di un pensionato qualsiasi, seduto sulle apposite panchine dei giardinetti ad attendere la morte, osava vestirsi da indiano ( ti amo Salvatore, insieme a tutti gli indiani, soprattutto Sioux, ma anche i Seminole ) . Quest’uomo di una cultura fuori dal comune,  con un passato fuori dal comune, avendo conseguito una laurea in scienze della telecomunicazioni ed essendo l’amante della allora segretaria di Stavros Niarcos, in Grecia.. . Salvatore dovette, alla rimozione  dei colonnelli, tornare subitamente in Italia con indosso la sola camicia ed i pantaloni.

 Quest’uomo che se ne strafregava delle regole imposte, dove tutti parlavano a vanvera e aleggiavano bassi senza ali di farfalla… Parlava con enfasi da santo patrono. I  sui manifesti  surclassavano un moderno Pasquino.

 Usava un pennarello spesso,  per far capire alla gente ignara, quello che stava succedendo:  “nell’ultimo anno ci siamo mangiati sei etti di pesticidi!” Vicino ai cessi comunali, in grassetto : SEGUITE IL FIUTO!.

Lo conoscevo bene, anzi, benissimo….era il caro amico che alle, sei del mattino mi faceva trovare tutto il marciapiede da piazza San Pietro al bar di Carones, perfettamente spazzato con il suo piumino per automobile…lì, dopo ci aspettava il cappuccino sempre offerto da lui. Talvolta era vestito da donna con tanto di calze nere attillate su minigonna rosa  (  per i colori non aveva talento).

In qualsiasi modo fosse vestito assomigliava sempre ad un Apollo!

Gianluca, proprietario di un’altro bar, insieme ad una leadership di benpensanti, in una mattinata di pioggia gli chiese:” Dai! Dimmelo sinceramente! E’ per la pensione  che fai così?”.. al che Salvatore , sono testimone oculare, dondolò  tutta la persona sui talloni come per sgranchirsi un tantino . La testa roteante per annullare il dolore della cervicale  incrociò i suoi occhi nei miei più solidali che mai… alzò la tonaca nera e la fece roteare come un matador: quella mattina era un avvocato di Cassazione. Non di quella normale .. La Suprema!

Una piroetta, un tocco alla parrucca, un perfetto combaciar di scarpe, e   nei suoi occhi, un lampo da pavone che inizia il corteggiamento, vestito di tutta la sua personale vecchia e giovane ” joie dé vivre…”.
Fu superbo. Si esibì senza tresche, né magagne…così ispirato perché stava difendendo la storia della libertà, dagli albori del suo sorgere all’andropausa della sua decadenza, ( gli domandai, in seguito, se avesse voluto alludere a Caino ed Abele per la sua prima arringa: non ebbi risposta! )

 Dopo gli svolazzamenti pindarici e di rito  su amore- e-vita-e miracoli

piluccò, sbocconcellando qua e là, sulla Repubblica : il testo cardine del pensiero Platonico  mentre i presenti non avevano la più pallida idea di cosa stesse parlando… proseguì intrepido staffilando i tiranni di ogni tempo : quelli  che avrebbero voluto esiliare la libertà come se la LIBERTA’ fosse una delicata coperta da rimboccare ad infanti come Linus, invece di uno schiaffo dato a mano aperta in pieno viso ai dittatori! (  si diresse così sicuro verso Gianluca con la destra aperta a ventaglio che il poveretto rinculò dietro il bancone.) .

“Quegli infami sarebbero stati cancellati dalle loro stesse dottrine!”.

Alla fine della maratonetica arringa .. Salvatore diafano e sudato fradicio, anche per via della parrucca, si trovò  faccia a faccia con un Gianluca stordito, stralunato a cui domandò con un’ ultima riserva di fiato:” adesso che ti ho fatto fare un salto intellettuale qualitativo non indifferente… sei convinto “ adesso” che è  questo?! Questo  è il concetto!!

 Tu potresti fare quello che ho fatto io? Senza sognare di farlo ma…farlo per davvero? Questa, ragazzo mio , è  “ l’ ideuzza”  per cui  si sono scannati  i popoli nei secoli dei secolorum: Libertà! Hai presente?”

Gianluca era alle corde ed io commossa… Salvatore si voltò e si diresse verso l’uscita del bar incurante dei miei applausi…  un altro treno speciale “per la libertà” era in partenza da un altro binario ad un’altra ora , in un altro fuso orario dove sarebbe diventato in un battibaleno ”uno nessuno e -centomila”. Risvegliava le anime soffocate dal perbenismo, scioccava i candidati insonni come un’elettrochock  e… per questo, dicono, lo hanno eliminato.

 Io ci credo. A tanti benpensanti non faceva comodo Salvatore, soprattutto in tempo di elezioni,  quando ricordava le tappe principali per una corretta votazione: “agli uomini piace la patatina, alle donne il pisello… Per il resto, ad ognuno… piace quel che gli pare!”.

Quante volte indugio sulla sua persona e su quella di Gianpiero, mio compagno di lavoro così diverso da Salvatore ma così affascinante per le sue personalissime vedute sul mondo.

 Gianpiero aveva messo ai piedi le prime scarpe quando aveva undici anni in un paesino della  Sardegna, secondo di nove figli e figlie, si alzava allo spuntar del sole per sbrigare le varie faccende di un pecoraio Sardo. Fino a che, crescendo, non ritenne giusto, per lui, quel tenore di vita che non gli si confaceva.

Conobbi Gianpiero “dai sette capestri”, tanti erano i capi di imputazione che pendevano su lui, a iniziare da spaccio di assegni falsi, porto e detenzione di armi, sfruttamento della prostituzione, furto con scasso eccetera, eccetera…Aveva trentasei anni , faceva lo spazzino ed era proprietario di una Volvo 2400 con cui ci recavamo sui luoghi da pulire, esterni ad Albano come la zona Miralago o lo spazio antistante l’ospedale San Giuseppe dove lui tirava fuori  dal bagagliaio le due scope di saggina adatte allo scopo. ( in realtà il suo corpo materico era lì, quello astrale stava seguendo una minigonna aspirando ad “una romanesca, poco pane e tanta ventresca!”).

 Gli ignari popolani tiravan fuori le orbite: “ caspita due spazzini con una Volvo…ma quanto li pagano ad Albano sti’ scopini?!

 Gianpiero esigeva sempre magliette a manica lunga, anche in estate, diceva di essere allergico alla polvere, in realtà voleva nascondere i numerosi tatuaggi fatti in carcere e avrebbe dovuto tornarci per scontare un debito con la giustizia. .. Allora aveva una compagna ed un figlio piccolo…

così , scrissi una lettera accorata al Presidente della Repubblica,  dopo quattro mesi gli arrivò la grazia.

Gianpiero era permeato di un’atmosfera di povero lussuoso che apparteneva solo a lui.” Vergognarmi io? Io mi dovrei pentire? Sai chi c’era con me a Regina Coeli? Fior fiore di avvocati, chirurghi, banchieri, cardinali…io dovrei pentirmi? Quelli pensavano ad abbuffarsi…quelli non sapevano cosa fosse la compassione e me lo ripeteva sillabando, com-pas-sio-ne . Il cardinale lo aveva istruito sul latino nelle lunghe ore di noia a Regina Coeli..”.

Compassione vuol dire non poter guardare con indifferenza le sofferenze altrui”. Il cardinale aveva compassione di me?” Sputava per terra ed a me, quel gesto così eloquente, dava sempre fastidio..

Non ebbe compassione neanche di me, perché in carcere aveva imparato a non fidarsi di alcun umano e fu così che, dopo il favore che gli avevo fatto, mi fregò settanta mila lire per una stanghetta di occhiali che gli avrei rotto salendo sulla sua macchina. Sapevo che stava mentendo e mi vergognai per lui.

 Questo accadimento , per me, così inaspettato  mi aprì gli occhi sulla fatuità delle conoscenze che avevo scambiato per amicizie.  Su come il carcere potesse cambiare lo spessore intrinseco della natura di un qualsiasi essere umano!

Gli eventi si susseguirono, guarda il caso, con una fatale geometrica cronologia, come può accadere solo in geometria: era l’odoroso maggio, leggero e capriccioso del millenovecentoottantanove.

Avevo trentanove anni, due figli a carico e facevo la spazzina.

Il caso volle che , attraverso l’Associazione Latium Vetus , di cui ero socia, mi ritrovassi in vicolo San Pancrazio nello studio di Helena , un’ultima dei “Von” della sua stirpe.

Incontrai Silvio tra uno stuzzichino ed un bicchiere di vino, tra disquisizioni accorate sul colore delle ombre, al fascino di uno scorcio, ad una prospettiva che non quadrava… insieme ad altri artisti: Fascianelli, Torti, Sordini Anacleto. Rosati Alberto… il mio maestro:  ci si abbandonava al piacere di cazzarare in una sorta di teatro privato per eletti dove si cavalcava l’immaginazione e si tornava a casa leggeri per aver goduto dell’’opportunità di condividere delle opinioni condivisibili. Il che, dato l’aria che tirava  in tema di cultura ad Albano, non era poca cosa! Quella via san Pancrazio, nel cuore del centro storico, da cui si poteva sentire echeggiare la mitica voce di Aznavour…”e scusatemi se, con nessuno di voi ho qualcosa in comune…”. Come ci calzava! Fucina di anime dedite al bello…Albano non lo ha mai saputo.

Una sera d’inverno, un inverno vero per Albano per via di un palmo di

neve finalmente attaccato saldamente al suolo, attraversavo il gineceo della Rotonda per tagliare via Don Minzoni  ed accedere a via dei Travoni. Ecco! Questa sequela la devi spiegare quasi tutte le domeniche ai  romani che prenotano un matrimonio alla Rotonda …vicoli di Albano, abbarbicati, intrigati e dilatati intorno ad un monumento romano, travestito da chiesa. Come san Pietro, altra opera romana travestita da chiesa.

Mi appoggiai stanca ad uno dei grossi platani,  le buste della spesa sulla neve, assaporai quella magia che scendeva dal cielo lentamente, quasi adagiata, cullata,  sospesa nell’aria. Chiusi gli occhi andando lontano…a Ceva, in Piemonte dove la neve era un manna del cielo: “sotto la neve…il pane” solevano dire i vecchi alludendo ai nevai d’alta quota che, in primavera, avrebbero rilasciato il succo prezioso di quel nettare per far crescere il grano.

Qui ad Albano era una calamità, oltre al traffico intasato, ai vari disagi, alla gente la neve “faceva tristezza”, come faceva tristezza la pioggia.

 Mi ricordai delle bufere dove non potevi vedere ad un palmo dal naso ed , anche se ti trovavi nell’interno della cascina, dovevi procedere mano-braccio-mano-braccio con chi ti era davanti, naturalmente il più robusto, e chi ti seguiva, altrimenti la porta di casa, la trovavi dopodomani.

 Sentii il vento calare rapidamente e sapevo che questo avrebbe rafforzato la neve, stavo per riprendere le buste quando una musica mi inchiodò sul posto.

 La melodia dolce risuonò comprensiva ed affascinante invadendomi.

Indovinai che la casa a piano terra, alle mie spalle, da cui si espandeva flebile una luce gialla,tiepida, polverosa ed ovattata, fosse la provenienza dell’ onda, della vibrazione…

 Un uomo stava cantando  in inglese accompagnandosi al pianoforte …la voce era una carezza nel cuore ..ascoltai aprendo gli occhi e le merlature del palazzo davanti a me, la sedia rotta appoggiata ai cassonetti della mondezza, i mattoni sbrecciati lasciati dai muratori, la fontana lucida, mi fecero sentire un brivido interiore. “Che fai? Ma…’senti che freddo!” Era Paola, una donna del quartiere. “ Ascolto la musica…senti che bella”.

“Che musica e musica, ti porto le buste?”.

“Grazie, non ti preoccupare, ho l’ombrello…sbrigati tu piuttosto!”

Si alzò il bavero del cappotto mentre mi salutava lagnandosi ancora del tempo inclemente.

In genere, cerco di capire le persone, in genere…

L’uomo iniziò un’altra canzone mentre un’aurora boreale esplose dai vetri della porta per un attimo: forse una donna con un vestito colorato..in quel biancore di neve fu un fulmine di luci.

La voce dell’uomo terminò il suo dolce galoppo nelle praterie con qualcosa in gola che punge e fa male.

Non avrei saputo che Fulvio poteva scioglierti il cuore in una serata d’inverno con la neve testarda ed elegante che continuava a scendere a larghi fiocchi… senza rumore.

 Sapevo del Conservatorio, sapevo che ad Albano,” nemo profeta in patria”, non aveva possibilità per il suo sogno ( vorrei tanto fare un elenco di chi ci è riuscito senza porgere il culo ai politici) non sapevo di tanto talento. Non sapevo niente di lui oltre le quattro classiche chiacchiere da vicini di quartiere. Mi piaceva il suo rispetto, una naturale eleganza legata ad una pulsione di timidezza che mi fu chiara dopo averlo conosciuto di più.

Talmente timido da non osar dire il suo amore a Nadia, più timida di lui: ci pensarono gli amici facendoli incontrare “casualmente” alle grotte di Nerone a Nettuno. Il loro primo bacio durò trentasette minuti: orologio- cronometro degli amici. Un ricordo del genere può riempirti una vita intera!

Aveva quarantadue anni ed una donna che lo amava .Un figlio immaturo che alla nascita pesava otto etti.

“ Mi sembrava un piccione pieno di aghi!” mi confessò un giorno d’estate, seduto sui due gradini della sua casa.

Tanto affetto, tante cure tirarono fuori il piccolo Daniel da quella precaria situazione. Fulvio era sempre con Nadia e con Daniel…la sera suonava fino a che il piccolo si fosse addormentato. Lavorava come magazziniere in una ditta che alla fine, lo aveva licenziato… faceva “serate da pianobar”.

 Scosso da tanti accadimenti… ora suona con Idolo, ventisettenne ricciolone biondo… suonatore di chitarra, che abitava preferibilmente con la nonna a via dei Travoni, un aneurisma cardiaco, lo portò via.

 Nell’aria di una sera infinita d’inverno dove la neve continua a  scendere senza un alito di vento, in perfetti riflessi paralleli, suonano insieme tra altre anime elette. Nessun rumore, solo melodie… solo le loro presenze.

Il corrimano


Il palazzo in cui abito da quasi trenta anni è vecchiotto, non esattamente antico, un po’ tra il lusco ed il brusco, come era solito affermare mio padre allo spuntar del sole nella pineta di Santa Severa dove eravamo soliti accamparci nel mese di Luglio di fianco al mitico Castello, affermazione dubitativa, per dire come era l’andamento del vento e del mare per quel giorno.

Il palazzo la cui costruzione può essere datata tra fine settecento, primi ottocento quindi tra il lusco ed il brusco, sul davanti ostenta una facciata con tentativi architettonici memori della illustre casata; soprattutto sul portale con rosette di cui una andata irrimediabilmente perduta . Si erge per quattro piani tinto con un bel rosso pompeiano che la sera si incendia come fuoco vivo..

Poi…una magagna, una ferita irreparabile che coinvolse il secondo piano : lo scoppio di una bombola a gas senza né morti, né feriti…solo il palazzo ebbe la terribile menomazione permanente di una pezza di color viola a testimonianza di un imbianchino stolto e daltonico.

L’ultimo piano ospitava gli aristocratici, piano esteso per tutta l’ampiezza del palazzo , il corridoio che correva nel mezzo, com’era uso costruire in quei tempi, con le camere tutte sulla destra o viceversa, per via dell’esposizione solare,in questo caso, conteneva una doppia fila di camere alle quali il corridoio faceva da intermezzo ornamentale con le sue alte nicchie dalle quali si affacciavano busti marmorei di imperatori romani: note le visite di scolaresche ed appassionati del genere fino a che fu possibile, fino a che i busti originali, finiti chissà dove furono sostituiti con calchi in gesso.

Lassù, circa, quaranta anni or sono , viveva “ Madame Pompidou”: un nomignolo che, per tradizione popolare, era tutta una premessa e promessa di insoliti eventi …in realtà, battezzata, comunicata e cresimata : Angelica.

Di nome e di fatto , donna che sfiorava la quarantina dolce e sottomessa sopratutto a suo fratello donnaiolo impenitente a cui tutto era scusato perché lei era in realtà alquanto inguardabile e Mario ne approfittava per tenerla in casa come una domestica.

Morto per un infarto il tapino, Angelica si trovò sola nella grande casa dove, di notte , sentiva le voci sussurranti dei suoi genitori…In realtà non aveva alcuno a cui confidare i suoi stati d’animo che la facevano piangere lacrime irrefrenabili, eccetto una zia mezza scema che abitava dall’altra parte del palazzo.

Madame Pompidou non era di belle fattezze solo un sorriso, poco usato, bianco, perfetto e solare. Amava mirarsi e rimirarsi negli specchi del corridoio, unico svago…in ricordo di una fanciullina che tutti avevano ammirato fino alla pubertà, quella pubertà che. per lei, confermò il detto popolare: “ bella in fasce, brutta in piazza”

Dimentica delle sue nuove proporzioni: alta e noccioluta priva di seno e di una qualsivoglia protuberanza femminile, si adornava in modo incommentabile Adorava i tacchi a spillo ed i cappelli eccentrici che la portavano a vette di circa due metri se sul cappello svolazzavano piume di uccelli.

Lassù, nelle stanze della servitù, abitava sua zia Annetta alla cui abitazione misera si accedeva per una piccola discesa che slargava in un cortiletto: lì le stalle, i vari tinelli per le botti, gli orci per l’olio, tinelli per i finimenti degli animali.

Angelica si addentrava, con fare furtivo al calar del sole, nel cortile , al braccio un saccone pieno di biancheria da lavare…ansante si aggrappava al corrimano di legno per rimettere in asse i tacchi degli stivaletti sui scalini sconnessi di peperino ed issarsi fino all’ultimo piano quello di Annetta, che era scema e schietta!

“Inutile che cerchi di non far rumore…ti sentono anche i sorci! Dammi quel sacco che ne ho di cose da fare!” Le strappava il sacco dalle mani che avevano le unghie scarlatte e…” Ma guarda come ti conci! Il rossetto poi…quello non lo avevo ancora visto…ti sposi?”

Annetta era crudele perché il destino non le aveva risparmiato neanche la dote dell’intelligenza: ormai vedova di un uomo insignificante, senza figli, trascinava la sua vita tra le chiacchiere inutili dei cortili: dipendeva ormai da Madame Pompidou alla quale faceva da domestica in cambio del misero alloggio.

Angelica ebbe un moto di orgoglio che non era suo…

“ Son cambiate le sorti Annetta cara…quando a tuo fratello ero come una schiava …ricordi il vignarolo? Giovanni! Quello grande e grosso che mi mancava il fiato solo a sentirne la voce nell’androne… Era più alto di me, mi guardava come si guarda una cosa bella ..”

“Giovanni il vignarolo ?…ma allora la scema sei te! Capirai…un vignarolo…ti guardava si! Gli portavi una dote da niente! Ti sei bevuta il cervello? “

“Era più alto di me anche con i tacchi e mi guardava!”

“C’era poco da guardare”, continuava Annetta asciutta e consapevole…lei, che un marito lo aveva avuto, lei che tonta ,tonta qualche curva se l’era ritrovata.” Non fammi perder tempo che ho la messa!” Cercò di liberarsi di Angelica.

“Lo sai che tutte le notti sento sussurrare mamma e papà ?”

“Che dici?”

“ La verità! Da quando è morto Mario sento i nostri genitori, la loro voce chiara e netta, la loro voce che sussurra…”

Annetta si fece più attenta e, nell’espressione del viso, era una… tornata normale!

“Parlano di testamenti? Di lasciti anche a parenti?

“No! Mi sussurrano di giocare…”

“Ancora! Alla tua età! Fammi il piacere! Ho la messa tra poco!” Infilò lo scialle sulle spalle e si affrettò verso l’uscio.

Angelica le sbarrò il passo con una delle sue chilometriche gambe.

“Allora fai finta di non capire…vogliono che giochi i numeri…”

“Madonna della Rotonda! Queste son cose del Diavolo!”

“Diavolo o no io divento matta come te…la sera provo a dormire, dopo un attimo cominciano a sussurrare, non so con chi parlare, dove rivolgermi…vedi come sono ridotta, se ne parlo con te…”

“Tu ci hai la menopausa anticipata e,la mancanza di cosa so io. ti riduce in questo stato!”

“Annetta tu mi devi aiutare. Non so come fare… non so interpretare i sogni…so che esiste un libro adatto a queste cose…magari io ti do’ degli appunti sui sogni e tu vai alla ricevitoria e gli spieghi, son sicura! Loro sapranno darti un numero certo per ogni sussurro!”

Le fece una lunga lista dei suoi sogni.uarda

Annetta si fece coinvolgere per curiosità, anche per necessità avendole Angelica promessa la metà della vincita.

Una settimana dopo il corrimano tornò a cigolare e la faccia di Angelica fece capolino all’uscio di Annetta…al braccio un altro fagotto di panni da lavare…” Allora! Quei numeri li hai giocati?”

Il suo tono di voce era alto a mascherare un’ansia trattenuta.

“Ah! I numeri!” disse Annetta come se ne avesse abbandonato il ricordo…

“Che vuoi dire? Non li hai giocati? Non ti hanno consigliata circa l’interpretazione dei miei sussurri?” Annetta si pose , con tutto il suo metro e sessanta, sotto al mento di Angelica e la guardò fissa negli occhi. “Ho portato la lista per interpretare i tuoi sogni uno, per uno…quella signora e la signorina mi son state ad ascoltare con calma, certo…qui e la qualche domanda tanto per approfondire. Si sono guardate e riguardate … mi hanno dato questo foglietto per te.”.

Angelica aprì il foglio con mano tremante e vide i numeri suggeriti: 112 o 113 …

Il corrimano correva tra le sue mani provocando uno sfregamento così doloroso che Angelica si mise a piangere, le vere prime lacrime , un fiume in piena che straripava dagli occhi a sua insaputa ,dalla lontana, improvvisa morte dei suoi genitori finiti tutti e due con la macchina, sotto il treno Cecchina Roma perché la casellante non aveva chiuso il passaggio a livello.

La tragedia era finita sui giornali ed Angelica credeva di aver rimosso quel ricordo così straordinariamente pesante cosi difficilmente sopportabile … Tra le lacrime che l’accecavano, neanche il corrimano riuscì a sostenere il peso del suo corpo anche per via dei tacchi a spillo…tutto volò in un turbinio ed Angelica si ritrovò in fondo alle scale pesta e dolorante: il cappello di piume spiumato le unghie scarlatte spezzate, il rossetto sbavato, ed i sussurri che davano numeri per conto loro… ed Annetta e tutte le sue repressioni e lo spaventapasseri che era diventata … che solo Giovanni guardava… tutto dietro le spalle scosse da singhiozzi da terremoto.

Sulle sue mani striate di sangue per l’abrasione del corrimano, dal battito da tachicardia… decise in un attimo, per la sua vita futura, quella a cui una conoscente, aveva osato indirizzarla tanti anni prima… : “ Devi trovare un buon psicoterapeuta.”

“ A Settembre torna Giovanni per pulire le botti…” Fu la sentenza dell’anima sua intorno a cui si creò una corazza a difesa del mondo intero.

Fu così che, due anni dopo, Madame Pompidou,guarita dalla depressione e dalle ossessioni divenne la signora Marzi .

Vuole la leggenda che quel matrimonio fu bellissimo perché lo sposo sovrastava la sposa di un palmo e lei sprofondata nel vaporoso tulle, che l’avvolgeva come una nuvola, bella, come il suo sorriso, come il sole d’Aprile, apparisse come una fanciulla, che aspettava il suo principe …Ad ottobre la si vedeva pestare con Giovanni nelle pistarole piene di uva e a Dicembre un accenno di pinguedine sulla pancia di Angelica fece straparlare tutta Albano e contado: era incinta! Anche lei, finalmente, aveva avuto la sua rotondità! .. il solo a saperlo fu il corrimano…e tutta Albano! Sssssssshhhhh!!!!!…

Il corrimano del secondo piano vide la luce abbagliante di un’autentica Inglese, nata a Londra, che a sessanta anni ne dimostrava quaranta! Comprò, l’appartamento del secondo piano, giuliva ed ilare con una risata che , inconfondibilmente, potevi riconoscere dal fondo dell’autobus Albano-Roma, con il quale lei raggiungeva il Bright Scool , dove secondo lei insegnava inglese ad allievi ignari di madrelingua , per quel suo modo di ridere “Inglese” a gola spiegata calcando sulla” a” : non poteva essere che lei! Brenda Isabella Marck, che al suo cognome da signorina, se mai ci sono state signorine in Inghilterra (appena tredicenni abbandonavano , o le famiglie le abbandonavano per il mitico College.. l’Inghilterrra aveva così il record di aborti di tredicenni) ci aggiungeva sempre Skinner, il cognome del suo primo, unico marito per tralasciare quel Marck…così palesemente ebreo!

Il signor Skinner era un bellissimo ragazzo dedito al teatro…Shakespeare. soprattutto a quel “ Be or not tu be…” a cui lei dava tanta noia, perché lui era solito ripeterlo all’infinito guardando la sua espressione nell’unico specchio di casa . Lei era una bella ragazza con le gambe, a suo dire, delle Kesler che piacevano molto agli uomini: una cantante “una singer” come era scritto sul suo passaporto quelle con la voce educata, sebbene io non l’abbia mai sentita cantare, ne’ canticchiare.

La comunione con il giovane Skinner fu il sesso, come accade a tanti giovani amanti che scambiano un orgasmo ben riuscito con l’approvazione di Dio in persona! Addirittura lui la prendeva, all’improvviso, dal dietro , mi confidava, mentre lei rivoltava la frittata…una, due e tre volte Brenda decise che la frittata gli stava sullo stomaco: glielo disse con un a plomb tutto inglese, sperando in un suo rifiuto! Lui era completamente d’accordo per la separazione! Esaurito l’entusiasmo sessuale, immaginai che il signor Skinner si fosse reso conto di aver sposato un’oca con delle belle gambe.

Brenda aveva interessanti osservazioni da fare circa i nostri cantanti. Secondo lei Albano Carrisi non cantava…emetteva uno strillo. La voce di Albano cantante: calda, modulata e naturalmente potente non era “educata”. Un giorno le feci osservare che se fosse stata “educata”, sarebbe stata l’identica voce di centinaia di cantanti educati dallo stesso insegnate!Non mi rispose e ,la cosa, tra noi rimase irrisolta. Brenda era di ventisei anni maggiore ma io ho sempre avuto una intesa con le persone di maggiore età, trovando i coetanei e coetanee, noiose e prive di cultura, Così credevo! Ci credevo davvero! Dopo una doverosa collezione di penose rigidità mentali, penso esattamente il contrario! La mia grande passione è sempre stata la psicologia umana, i movimenti del cuore e del cervello. Abituata a lunghe ore di solitudine e di riflessioni mi facevo delle domande a cui cercavo di dare delle risposte e, davanti alle affermazioni categoriche di Brenda che aveva molti più anni di me, provavo una sorta di meravigliato stupore: come faceva ad essere così straordinariamente certa di un numero così incredibile di cose? Quale fonte di sapienza la rendeva così sicura che essere single fosse la cosa migliore, che un uomo scegliesse decisamente un’amante più giovane, che i figli fossero un intralcio fastidioso per qualsiasi donna con un po’ di cervello,un buon conto in banca fosse la meta da raggiungere per la conquista della felicità. ??? Al timone della sua barca aveva un sestante infallibile per ogni rotta della vita.

Lo credei ciecamente per tre anni poi… non ci fu un’improvvisa illuminazione, ma un lento ricomporre un puzzle a partire dalla sua scioccante rivelazione : si era innamorata di Ted, il suo più caro amico, fino al momento dell’innamoramento… purtroppo aveva saputo che Ted era gay! : “ Senza rimedio, senza rimedio, senza una sola possibilità..!”mi diceva andando avanti ed indietro nel corridoio. “ Ha un compagno, da anni… ed io non sapevo un beato accidenti! Non ci posso credere!”.

Cominciai a chiedermi con che tipo di superficialità, per non dire di sclerosi totale, basasse la sua esistenza: come poteva considerare Ted il suo migliore amico da undici anni e non sapere una cosa del genere: che razza di amici erano? O… cosa intendeva Brenda circa l’amicizia? Un altro spiraglio della sua variegata personalità si aprì fu quando mi confessò di esser andata via da Londra perché i suoi ostacolavano il suo desiderio di continuare a fare la cantante e la ballerina…non proprio una ballerina come la intendiamo oggi, da quel che ne avevo capito si trattava di rappresentazioni sceniche in cui , alle volte, si dovevano indossare costumi molto pesanti. Sua madre Irlandese, suo padre Ebreo ed i suoi tre fratelli erano irremovibili

Lo era anche lei non potendo accettare una vita non scelta.

Tagliò completamente i ponti con la sua famiglia e venne in Italia ospite di un’amica Inglese che lavorava a Cinecittà per Federico Fellini.

“Pensa…neanche un’ora dopo dalla stazione di Roma, ero già a cavalcioni di una lambretta a Villa Borghese!” Faceva tanto “vacanze romane!”.

Tarda di comprendonio, in questi casi, realizzai dopo molti mesi che Brenda era approdata in Italia alla mitica ricerca del maschio-latino|! Quel maschio –latino che, solo Brenda ignorava essendo inglese, non si affidava alla casualità per la cattura della preda ma la puntava: un tam tam che si ripeteva nei bar dai vari giovanotti in cerca “della straniera” di più larghe vedute erotiche visto che , a quei tempi, con le italiane “ non si batteva un chiodo”. Ecco perché c’era una lambretta ad aspettarla per portarla a Villa Borghese dove lei si sentì una vanitosa Diana e non la vittima predestinata dal Latin-Lover di turno!

Comprendere, la quasi sacralità delle sue affermazioni, mi metteva a dura prova, forse mi bloccava quella differenza di età per cui, come mi avevano insegnato i miei genitori, dovevo averne rispetto…Andò avanti così per diciassette anni. Lei, a sessantatre anni mi lasciava le chiavi di casa sua per innaffiare le piante e si recava in Canada dove l’aspettava un dottore con cui consumava due settimane di pieno letto. Tornava giuliva e mi offriva una pizza in trattoria magnificandomi il verde del Canada.

Una sera, circa mezzanotte…ero sfinita per il doppio turno di spazzina ed i grembiuli da stirare. Suonò il campanello. Era Brenda con una gamba ingessata che si reggeva al corrimano.

Un sorriso inglese stampato in viso ed uno stivale in mano.

“ Sorry dear, come vedi sono in difficoltà!”.

Era scivolata davanti ad Duomo di Albano e si era rotta la caviglia. All’ospedale di Ariccia l’avevano ingessata ed era tornata a casa con un taxi. Abitava al piano inferiore al mio e, naturalmente, solo io potevo capirla! In realtà era proprio così!

Le sue amiche inglesi erano solo amiche di chiacchiere telefoniche e lei poco si fidava degli inglesi, non si fidava neanche degli italiani, si fidava solo della regina Elisabetta. Solo in lei era riposta la massima fiducia: lei, solo lei…la regina pensava al popolo, insignita a quel titolo da Dio!

Un giorno di primavera, a casa mia, azzardai al discorso Indiani d’America. “Uffa! Ancora con questi indiani!”.

Con una grossa forbice da sarta riuscii a tagliare l’altro stivale che non voleva saperne di uscire dalla gamba sana. Tornò a casa felice e stanca per la lunga, imprevedibile giornata, non pensava minimamente alla caviglia rotta. “ Hollalla’, son cose che succedono…”.

Fu l’inizio della sua fine.

La gamba sembrò essere tornata a posto, la nostra “amicizia” andò avanti …oltre l’operazione alla vescica eseguita al Regina Apostolorum, dove portavo a Brenda succhi di frutta e biancheria di ricambio.

“ Hollalla’, son cose che capitano…”.

Si informava sugli impressionisti francesi lasciandomi allibita: come era possibile che una insegnante della Scool non sapesse dell’impressionismo?

Non ci frequentammo così assiduamente per qualche anno. Io avevo trentanove anni e lei sessantacinque. Oltre a qualche piccolo favore …allora avevo altro da fare e pensare.

Con molto tatto, tutto inglese, mi accusò di averla lasciata sola, io …che ero la sua unica amica, parlò male di me con la vecchietta del primo piano che, sapendo la realtà del nostro rapporto, salì trascinandosi sul corrimano, ad informarmi dell’evento. Al che, tagliai tutti i ponti…esattamente come lei aveva fatto con la sua famiglia.

Disorientata da un simile atteggiamento, lasciava la porta di casa aperta quando sapeva del mio rientro, come se, quell’uscio aperto , sarebbe occasionalmente servito a rimbastire la situazione.

Non avevo più. nei suoi confronti, quell’atteggiamento di riverenza che mi aveva suggerito la mia educazione ed il parlare dietro le mie spalle fu la goccia che aveva fatto traboccare il mitico vaso.

Ci incontravamo per le scale , me la sbrigavo con un frettoloso saluto anche se intuivo la voragine della sua solitudine.” Essere single non era la cosa migliore? Aver dato alla luce tre figli …faceva di me la più gran stronza del creato, per non parlare della vaga ombra di un conto in banca!”.

Tutto l’universo di Brenda era sospeso, ne acquisii la certezza, in quell’uscio per metà aperto…per metà.

Dieci anni dopo, la cartilagine del ginocchio era completamente partita per aver sforzato, senza terapie, sulla gamba valida. Doveva essere operata al ginocchio con l’aggiunta di una protesi.

Mi fece una pena per quei suoi discorsi sulla disciplina , mentre guardavo la sua faccia pallida e l’abisso in cui si sentiva sospesa…

Single? Beccati il single: sola! Figli? Per deficienti…Gli restava un ridicolo conto in banca che difendeva come tutti gli ebrei che ho conosciuto. Mi sono affidata alla mia personale clemenza per perdonarle il fatto che mi aveva mentito non avendo neanche la seconda elementare ed allo Scool era una semplice assistente, non docente e che dovetti falsificare lì per lì un documento ospedaliero in cui l’avevo diplomata all’istante .

Il coronamento, dopo quattro mesi di assistenza continua, giornaliera. a prezzo irrisorio , fu che mi congedò preferendo la sua amica inglese rigenerata a nuova vita, con un nuovo curriculum, dopo esser stata, per Brenda, un’autentica grande puttana: dopo la morte del marito Cesare, suo unico grande amore, morto di tumore e mai abbastanza rimpianto… ” Se la faceva con l’idraulico, poi con il giardiniere…veramente avrebbe continuato con l’idraulico se non le avesse annunziato le sue imminenti nozze con una coetanea..”.lo diceva tra le lacrime ed il wishy, capisci la pazza? Pensava di tenerselo nel letto a vita uno con vent’anni di meno!” Mi confidava le confidenze della pazza inaspettatamente assurta alle soglie di Pietro…gli aveva trovato una casa di riposo vicino casa sua, con conto corrente presso la sua banca..” lei parla inglese” tentò di scusarsi con me.

Brenda giace in una casa di riposo con tanto di piscina nella quale si dilettano dottori ed infermiere, lontana da qui, per fortuna, dovrebbe avere ottantasette anni… se in vita.

Non interessa al corrimano.

Al primo piano abitava Undemila. Dove avessero scovato questo nome i suoi genitori ed il perché lo avessero affibbiato ad una neonata fu mistero profondo… tuttora irrisolto. I riflettori del palazzo, tuttavia, non erano puntati su di lei o sui due normalissimi figli studiosi ed educati, ma su suo marito Antonio.

Alto, magro, allampanato con vivacissimi occhi chiari puntigliosi nell’osservarti, come era puntiglioso il suo chiudere a tripla mandata la porta di casa mentre avrebbe potuto accedere alle sei regolari della serratura…accarezzava il corrimano di legno come si liscia il pelo di un gatto, specialmente se la notte era avvenuto qualcosa di “particolare” nel talamo con Undemila: la chiamava “cucciola”al mattino in modo che anche il corrimano, lo zerbino e tutto il palazzo fossero al corrente dell’avvenuto amplesso. Non lo faceva certamente per esibirsi, anzi…era solo costruito così!

Il suo lavoro di postino lo portava qua e là per le vie della città, quando i postini non erano motorizzati e non avevano le montagne di posta da recapitare e mai lavoro fu assegnato a tanta efficacia ed implacabile puntualità ad un qualsiasi altro lavoratore del pianeta. Ligio ma non cerimonioso sapeva entrare con prudenza ed eleganza nel mondo privato delle sue pecorelle. Affidavano gli angoli più suggestivi della loro anima, perché condividevano con le missive, le aspettative, tutto o quasi, il loro cuore a quel poeta vestito da postino…il suo vecchio borsone di cuoio chiaro, sformato e macchiato era una cornucopia da dove lui estraeva come dal cilindro di un prestidigitatore, l’attesa lettera Inps!

Non la mostrava subito…suonava due tocchetti secchi di campanello ( il postino suona sempre due volte) o, in mancanza, due batter di nocche ossute, il che gli riusciva a meraviglia. Sorridendo ascoltava punto e virgola delle vicissitudini della sua pecorella e, quando questa stava per scivolare nel pessimismo del racconto, si pregustava il suo personale contribuito per farle proseguire una giornata felice: hop-lààà, tirava fuori la lettera Inps e la poneva ben dritta sotto gli occhi della destinataria che difficilmente riusciva a credere a quel miracolo in diretta!

Se la missiva era triste, tipo bolletta dell’Enel, prendeva lo scenario da molto distante, continuava a sorridere.. stoico, agli allegri aneddoti del ragioniere squattrinato di Piano delle Grazie.

La prendeva così alla larga da disquisire sugli affamati ed assetati del Niger…Maria Teresa di Calcutta aveva avuto la sua vocazione dopo aver soccorso una povera vecchia che le formiche stavano mangiando…in Russia si allungava sulla neve e nel gelo, una coda di cento metri per entrare in possesso di una manciata di grano.

Quando il ragioniere era finalmente entrato nello spettro della più profonda tristezza, ad un passo dalle lacrime, Antonio: hop-lààà tirava fuori la bolletta dell’Enel “ che sarà mai una semplice bolletta di fronte a queste calamità!”.

Il Tao mentale di Antonio, anche per Fritjof Capra sarebbe stato una nuova frontiera per la filosofia. La sua personalità così spiritosa ed estroversa in pubblico aveva , per chi lo conosceva intimamente, un inquietante aspetto duale . Egli, quando si lasciava andare “nell’altro Antonio “entrava fisicamente in un altro Universo dove il dinamismo era una mera distribuzione di probabilità affidata al caso e all’umore della giornata: quel giorno era un gruista, era l’omino della gru lassù in alto a toccare il cielo naturalmente aveva fatto un corso specifico, naturalmente era stato promosso ed ora era lassù in quella gabbietta protettiva, piccolo bozzolo nel cielo, stava spostando, per i tapini, laggiù, centinaia di tonnellate di cemento. L’omino della gru non avrebbe voluto scendere ma rimanere lì a contatto con il cielo, con la notte che cadeva… a contare le stelle e veder sorgere il sole del nuovo giorno e rimettersi al lavoro.

Qualche volta, condividendo il corrimano, riuscivo a redarguirlo da quella strana mania facendogli capire che lo avrebbero preso in giro, che non poteva raccontare storie così eclatanti! Era un brav’uomo, un sognatore e, dato il contesto, temevo per lui. Riuscivo a tenerlo a bada per qualche settimana, dopo una solenne lavata di capo, ma ricominciava…

Al mercatino di Albano, da un robivecchi, aveva notato,da lontano, nientemeno che la tromba di Ninì Rosso, famosissimo per “Il silenzio”così suggestivo e struggente per gli ex militari. Antonio era andato deciso verso la tromba, senza ombra di dubbio circa la sua appartenenza…solo Ninì Rosso! La afferrò e appoggiandola al labbro, che naturalmente trovò subito il suo abitacolo nel famoso “callo”che si formava ai trombettisti sul labbro inferiore, soffiò, a suo dire, un formidabile Do di petto! Al che il gestore del banco ammirato gli chiese; “studiato al Conservatorio?”.

Antonio, con lieve noncuranza, ripose la tromba nella sua bella custodia e rivolgendo uno sguardo indulgente e compiaciuto al proprietario: “ “come lo sa?”.

Non c’era verso di tenerlo a bada , solo in presenza di Undemila che capiva istantaneamente la piega che avrebbe preso il suo discorso e lo inceneriva con una sola occhiata…si rimetteva in carreggiata…poi…

Quando faceva il militare, naturalmente capitano, naturalmente assegnato alle operazioni più rischiose, naturalmente all’epoca delle Brigate Rosse. Che faceva Antonio?

Lo chiamarono improvvisamente, di notte: c’era stato un agguato ed un alto funzionario dello Stato era prigioniero della Setta.

Dal suo ufficio personale, in un battibaleno, organizzò il piano. I commilitoni, tutti ai suoi ordini erano pronti a vendere cara la pelle …Sul luogo del misfatto c’era ancora l’auto blu con le portiere aperte: dove lo avranno portato? Fu la geniale domanda che gli formulava il cervello. Guardandosi intorno si accorse di un viottolo seminascosto dalla vegetazione…naturalmente per di lì!

Fece un cenno ai suoi uomini che capirono all’istante: silenzio e avanti! Sparpagliati, dopo un altro cenno, si trovarono a tu per tu con i Brigatisti che tenevano per le braccia l’alto funzionario.

“Alt!” Gridò Antonio…una sventagliata di mitra fu la risposta.

Si gettò a terra, intimando ai suoi uomini di restare nelle loro postazioni, carponi…strisciando, facendo leva sui gomiti si portò alle spalle del capo che teneva il prigioniero e…come un felino gli piombò alle spalle, naturalmente liberò il prigioniero di cui non avrebbe mai fatto il nome, che comunque gli fu sempre grato.

Di quella vicissitudine conserva il ricordo indelebile sulla coscia destra, dove il brigatista lo avrebbe preso di striscio in un ultimo tentativo di fuga.

Undemila mi diceva che quella brutta cicatrice se la era procurata cadendo da un albero di fico…una pianta dai rami così fragili!

Dopo il militare, naturalmente decorato , naturalmente rimpianto da tutto il suo staff…venne richiamato nel Corpo Speciale degli Uomini Rana.

Missione?

Naturalmente una ricognizione accurata e dettagliatissima sui resti di una nave abbandonata con qualche residuo bellico inesploso…si immerse con i suoi uomini al seguito pinneggiando all’interno dello scafo abbandonato, a lui sembrava di esplorare il Titanic: naturalmente impossibile tale esplorazione dal momento che il relitto poggiava a migliaia di metri sotto il livello del mare. Raggiungibile solo con mezzi sofisticati non in dotazione al corpo speciale degli uomini Rana..

Nella Elisabeth , il nome si leggeva a malapena: non si leggeva altro, naturalmente incrostazioni di dieci lustri avevano invaso ogni territorio accessibile.

Non era sua abitudine lasciare le cose a metà, nonostante sapesse perfettamente che la sua riserva d’aria fosse agli sgoccioli si spinse oltre il portello facendosi largo tra le alghe fluttuanti che gli davano un enorme fastidio perché si ammassavano davanti alla maschera da sub… Antonio trovò finalmente la meta agognata. Nella sala comandi dove, naturalmente, ignorò due scheletri che indossavano ancora il cappello: riconobbe solo quello del comandante per le varie stelline che lui classificò all’istante, ma… una cassetta attirò la sua attenzione; di un metro e venti per trenta centimetri munizioni inesplose! Una certezza lampante! Che fare? Respirava a fatica , l’ossigeno al limite…con sforzo sovraumano afferrò la cassetta e…”Dio sa come ho fatto!!”. Raggiunse la somma dell’acqua oceanica. I suoi uomini, trepidanti per la sua sorte, esplosero con un applauso inaudito da orecchie umane!

Due uomini, al suo comando issarono la cassetta metallica, dopo averla debitamente trattata, su di un canotto che fu spinto al largo…Come? Naturalmente sfruttando i vènti: tutti gli uomini rana sono a tu per tu con i vènti: ”che diamine!”.

Come un tuono, simile alla bomba di Hiroshima, esplose la carica al largo, nonostante questo accuratissimo accorgimento anche la loro nave, posta in sicurezza, ebbe un sussulto , un gemito di orrore corse tra l’equipaggio ed Antonio rassicurò il suo amico con le mitiche parole : “ pensa che strage se si fosse avventurato qualcuno che non sapesse di ordigni inesplosi!”.

Naturalmente…altro riconoscimento al Valore Militare.

Undemila mi illustrava come Antonio procedesse con il mare a Torvajanica: si lavava la faccia rabbrividendo al contatto, se ne metteva un po’sullo stomaco: non si sa mai con la digestione…

Si inoltrava fino a che le onde che lambivano le caviglie ma appena le sentiva ai polpacci faceva dietro-front dirigendosi verso la sua sdraio dove c’era ad attenderlo il giornale aperto sulla pagina sportiva.

Amava sua moglie di un amore senza confronti, ad una festa paesana, quelle che si fanno all’aperto, d’estate…sul palco, non a caso per il pubblico maschile, cantava una ragazza fuoriserie per carrozzeria, la voce era abolita dalla visione delle superbe gambe che si agitavano senza motivazione in alternativa alle stecche… al che Antonio, corroborato dalle sue ipotesi personali circa i sentimenti e la bellezza in generale esclamo!:” E che è? In confronto a Undemila!”. L’Organizzazione Mondiale per la salvaguardia delle donne avrebbe dovuto subitamente assumerlo come Presidente Onorario.

Un giorno traslocò, stringendomi calorosamente la mano, avendo preso al balzo una pensione anticipata. Il corrimano ci fu testimone di quanti desolati sospiri rivolgeva alla mia persona: “Il Resto” era poca cosa.

Comprò una casa nella campagna di Lanuvio nella convinzione che solo un orto da coltivare fosse stato il perfetto evolversi della sua esistenza :“ Portami con te! Chiedo asilo politico!”Lo implorai!

Un sorriso sorpreso, di stupore nelle pupille chiare, consumò il nostro addio

Mi piaceva pensarlo sul più poderoso cavallo indiano, con indosso gli abiti rituali, le penne, delle grandi aquile, i segni di guerra a capo di centinaia di tribù e clan e popoli accorsi al suo richiamo, naturalmente, dai quattro angoli degli States che bramava di scontrarsi in una battaglia all’ultimo sangue con quei bianchi dalla lingua biforcuta! Antonio li avrebbe sistemati una volta per sempre quegli assassini!

Ottanta chili di infelicità


ottanta chili di infelicitàLe rose gialle oscillanti sullo stelo, l’erba verde e sinuosa del prato, persino quelle ridicole piante grasse che si ritraggono furtive al chiarore della luna per fiorire nel buio, mi fanno pensare, per una strana analogia, alle parole ” snella, magra”. “Chissà se ci sono rose grasse e rose magre”, penso guardando quell’intrico verde che mio padre si ostina a chiamare “il mio giardino”.                     “Cosa faccio stasera…mangio o non mangio?, chiedo a quella piccola parte di me che si ostina ancora a lottare contro la mia obesità dilagante: questo mare di grasso che affoga i miei recondidi desideri,la mia femminilità, l’immane voglia di essere bella e desiderabile. ” non ti piace il brodo di pollo?”, mi sembra già di sentire la voce di Sara, la seconda moglie di mio padre. ” Se non ti va c’è la torta di mele…ma…cos’hai stasera? Ti fa male la gamba? Te lo dico sempre di non stancarti…” La sua voce, rievocata dalla mia fantasia, si perde nel buio e dietro le palpebre si staglia prepotente la sua figura. ” Snella”, penso mentre la vedo ad occhi chiusi con quegli assurdi pantaloni neri cuciti addosso che le danno un’aria di giovane animale, un’aria famelica , come di chi addenta uno strafelice boccone di vita ad ogni morso.       Sara, la seconda moglie di mio padre che vuole, anche lei, ad ogni costo, imbottirmi di vitamine come se da queste dipendesse tutto il mio futuro. Sara che mi corre incontro tenendo in alto come una bandiera le mie ultime lastre. ” Quarda quì! Vedi? L’osso si è stabilizzato ! Ma che hai?”. Sara, l’uragano Sara intorno a cui ruotiamo attratti dalla sua irresistibile forza di gravità mio padre ed io. ” Perchè doveva succedere proprio alla nostra piccola ?” Le parole di mia madre dette a bassa voce rabbiosamente furono spazzate via dalla voce rauca di mio padre. ” E’ inutile tormentarsi. E poi …è un difetto da poco…ci devi proprio far caso.” “Dio mio! Perchè proprio a lei?” continuava a ripetere mia madre, esaurendo in quelle poche parole, tutta l’energia rimastale .                                                                                            Il giorno nuovo, con il sole nuovo, mi portava l’inaspettata gioia di mille scoperte: un fragile ramo che si spezzava con lo scricchiolio di vetro infranto, uno spaventapasseri che invariabilmente scambiavo per un uomo, il gelato alla fragola che facevo cadere sul vestito nuovo per vedere se il colore della macchia era uguale a quella del gelato. Poi, nella mia mente, senza preavviso…”Dio mio! Perchè proprio a lei?” Allora cominciavo a dipanare quelle frasi fino alle estreme conseguenze: cosa succederà? Morirò? Eppure mi sembrava di avere solo una gamba un pò più corta dell’altra che, con la suola rinforzata, non si notava…La gamba più corta era sempre stata una normale parte di me, un normalissimo modo di essere: potevo camminare senza impedimento, correre e giocare. Ma quelle parole risvegliarono in me una cruda, determinata voglia di sapere cosa si nascondesse dietro ” perchè proprio a lei? Cominciai a diventare torva ed irascibile, a fare domande, a guardare la mia gamba con e senza scarpe.”  Sì! Il polpaccio, in effetti, era un pò più magro, ma bisogna proprio notarlo…”, mi dicevo dopo lunghe, attente oservazioni davanti allo specchio. E’ buffo che, solo dopo molti anni, intuii con chiarezza che fu proprio la mia irascibilità, quel mio essere tesa come un arco incoccato a far si che Diego si innamorasse di me. Aveva solo qualche anno in più eppure, anche quando scherzava non si lasciava andare alla piena del riso: tutto in lui era calma, distinto e sotto controllo. Quando divagavo sulla sua persona, l’unica classificazionera era: maturo. Iniziai ad invitarlo a cena o ad un pranzo in casa mia e mi accorsi che mia madre era insolitamente gaia e mio padre con uno humor che non gli conoscevo…dietro la patina attraente di Diego, ai primi passi presso lo studio di un avvocato, vedevano già il loro futuro , perfetto genero. “…il mio piccolo setter triste”. mi chiamava nei momenti di tenerezza. ” Non sono triste”, riuscivo a rispondere ricacciando la furiosa voglia di confidarmi finalmente con qualcuno, di esternare quella marea di sentimenti che mi afferravano a tradimento alla gola fino a soffocarmi. ” Sì che sei triste. Sembri un’ostrica che cova la perla…” Non sono un’ostrica. Non sono niente di niente . La mia gamba è normale. Tutto è normale”,  mi dicevo odiando per un attimo Diego per quel suo volermi proteggere ad ogni costo, per quel suo volermi presentare le cose nel migliore dei modi, senza ferirmi…” Sembri proprio un cucciolo denutrito”, continuava lui, spostando i capelli dalla mia fronte. “”Tenerezza”, pensavo. ” E’ solo tenerezza, per lui sono solo un cucciolo da proteggere, da lisciargli il pelo quando si arruffa”. “Non riesco ad immaginare a cosa stai pensando…sei così imprevedibile. Con te, non so cosa sia la noia.”                                                                                                ” Imprevedibile”, mi ripetevo la sera, nella mia stanza mentre una ridarella nervosa scuoteva nel mio cuore lunghe ondate di rabbia impotente. ” Non sono una donna da amare con passione, con un pò di trasporto …solo tenerezza. Cosa ho che non va? “. Mi sentivo sempre più molle quasi fossi malata di malinconia, la mia mente sprofondava sempre più nel torpore delle abitudini : la protezione e la tenerezza di Diego, i timidi incoraggiamenti dei miei genitori. Ma la sera, la cupa corrente delle ore passate ad analizzarmi, mi portava invariabilmente su un’unica strada maestra, con un solo cartello indicatore : INFELICE.      Tra parole dette sempre più a bassa voce, per non urtare la mia suscettibilità, lasciai Diego: non lo amavo, non lo avevo mai amato. ” Cara, ne vuoi ancora?” diceva mia madre porgendomi la seconda porzione di dolce, intimamente soddisfatta della mia inattesa voracità. Sulla sua fronte, tra le rughe che formavano un pentagramma, potevo leggere: ” non soffre. Se mangia…non soffre per Diego.” Un giorno morì con lo stesso sorriso sulle labbra, contenta di vedermi florida: per lei era un sintomo inequivocabile di serenità. Trascorsero tre anni senza sconvolgimenti, senza orbite fuori posto, solo lo sguardo di mio padre che, qualche volta si posava interrogativo sulla mia mole: ” perchè, perchè ti lasci andare?” Ero assorta nella lettura ( come facevo ormai ogni giorno, senza prendere però un decisione seria) di una tabella delle calorie. Carboidrati, vitamina A e B turbinarono nella mia mente quando sentii la voce di mio padre, una voce che non sentivo da tanto tempo e che mi faceva quasi paura per quella buffa inflessione che preludeva a qualcosa di molto importante. ” Elen?” ( Perchè quella sdolcinatura? Il mio nome è Elena. ” Sì?” risposi con calma.
” Devo dirti una cosa molto importante” mio padre tormentava la grossa testa di Simba, il suo cane.                    
“Lo so”                                                                                                                          ” Ho conosciuto una donna. Beh! Ecco…voglio sposarla!” ” Com’è? ” domandai.                                                                                                                        Non si aspettava affatto la mia reazione, lo sentivo a disagio. Tra lo sciame di parole, di frasi smozzicate. di pensieri iniziati e inespressi capii solo che Sara ( così si chiamava) era una donna piena di tatto, di sensibilità e che mi sarebbe certamente piaciuta. ” Lo faccio anche per te Elen…” concluse. ” lo faccio anche per te” : era inutile lottare con quell’avversario che mi assaliva a tradimento e derideva la mia sete di libertà. ” Perchè non lo fai solo per te? Che c’entro io? Non ho bisogno di nessuno” pensavo e piangevo guardando quel ridicolo fenomeno che mi rimandava lo specchio, quegli ottanta chili che si reggevano a disagio su una gamba grassa ed una gamba magra facendomi assomigliare ad un grottesco trampoliere.                                                                                                              Sara entrò nella nostra vita comr un vento salubre che spazza il vecchiume e lo stantio. Come era diversa da mia madre! Lei non era malaticia ed un  pò curva, nè aveva negli occhi quell’eterna domanda: “perchè proprio a lei?”
Sara aveva ogni potere persino quello di farsi correre dietro un’inedito Simba uggiolante di piacere, con la coda in moto perpetuo e la lingua in fuori che colava saliva. Come aveva potuto addomesticare l’inavvicinabile, ringhioso Simba? Come poteva corrermi incontro con quelle sue lunghe, perfette gambe abbronzate, con quella sua snellezza disgustosa?    “Ti vedo bene stamattina! Hai le guance rosse e gli occhi scintillanti! Hai fatto gli esercizi?” si informava porgendomi la borsa piena di frutta fresca. Ma non vedeva che la mia era solo rabbia?                                                                                                                          ” Non ti va il brodo di pollo?” dice Sara guardando il mio piatto. ” No. E non ho voglia neanche della torta di mele” dico irritata. ” Ma…cara, perchè quel tono?” Non sei mica obbligata a mangiare se non ne hai voglia…” ” Credevo di sì! Altrimenti come potrei essere felice senza vitamine?” la sfido. Gli occhi verdi di Sara mi guardano, per la prima volta, con vero interesse come se stessero valutando un fossile raro dalla classificazione ancora incerta. Mio padre continua a fumare la sua pipa con un vago sorriso di soddisfazione…che aspettasse solo questa mia rivolta? ” Non ho voglia di niente! ” continuo ” Sono stufa di sentirmi dire cose idiote! Ti va quello? Non ti piace quest’altro? Sono una stupida? ” Ma Elena…io credevo che tu fossi felice!” dice la voce di Sara,colpita al cuore. ” Cosa ti fa pensare che una ragazza di ottanta chili possa essere felice? Anche tu pensi che l’appetito sia sintomo di felicità? Vedo gli altri uscire…andare al mare…potrei fare l’imitazione della balena, concludo dura ma è solo perchè sto cercando di trattenere le lacrime dal rotolamento naturale.” Credevo non volessi parlare di queste cose…eri sempre sulla difensiva. Non immaginavo.. sai che facciamo? Domani prendiamo un bell’appuntamento alla clinica Toccasana  e vedrai che dopo la visita, il metabolismo basale ed una dieta su misura…tornerai ad essere un grissino!” Avverto il leggero tremolio nella voce. La guardo e vista così da vicino sotto la cruda luce della lampada noto la piccola raggiera di rughe intorno agli occhi, il fondotinta che cerca di nascondere l’acne. E’ strano che noti tutto soltanto stasera. Adesso Sara non mi sembra più un giovane animale, nè una nemica e vorrei che si aprisse un piccolo spiraglio nel mio orgoglio per farglielo capire, vorrei bucare questo diaframma di solitudine: Senza parlare…così, a bassa voce…in silenzio. “Domani andiamo per l’appuntamento…se vuoi”. ” Sì!” dice il mio cuore e non posso fare  a meno di dirlo ad alta voce, di farlo rimbalzare in ogni mia fibra…un grido di vittoria!

Racconto di Adelma Tittoni pubblicato il 5 Marzo del 1974